NON ERA FACILE
16 agosto 2026, XX per annum A
(Is 56,1.6-71; Sl 67/66; Rom 11,13-1.29-32; Mt 15,21-28)

 

Perché la mia casa si chiamerà casa di preghiera per tutti i popoli (Is 56,7)

 

Non era facile chiudere la bocca a Gesù, come sapevano bene scribi e farisei, sacerdoti e sadducei.
Solo una donna ci riuscì, una volta.
C’era in ballo la salute fisica e spirituale della figlia e per la sua guarigione non avrebbe guardato in faccia a nessuno, uomo o Dio che fosse.
La donna, tra l’altro, era straniera e pagana.

 

A proposito di stranieri (ed eunuchi) il libro del Deuteronomio senza andare troppo per il sottile li esclude dalla comunità del Signore (Dt 23,2-9).
Isaia non intende contraddire le parole della Torah ma, come direbbe Gesù, vuole portarle al loro pieno compimento (Mt 5,17).
Non dica lo straniero: Il Signore mi escluderà certamente dal suo popolo. Non dica l’eunuco: Ecco, non sono che un albero secco (Is 56,3).
Fu il tempo dell’esilio che aprì i confini geografici e del cuore di un popolo costretto a vivere senza il Tempio e le sue liturgie, in una terra impura, a contatto con uomini e donne che la legge definiva impuri.
Eppure quel tempo di disgrazia si rivelò tempo di grazia perché anche a Babilonia Dio continuò a far sentire la sua voce tramite uomini come Ezechiele, Isaia e Geremia che parlavano di un cuore nuovo e di uno spirito nuovo (Ez 36,26), di una legge non più incisa nella pietra, ma nel cuore (Ger 31,34).

 

La parola dei profeti, che è parola del Dio vivente, non è né utopica, né ideologica.

È un seme che Dio getta con generosità in ogni tempo e in ogni terreno, un seme che porta frutto nel cuore di uomini e donne che si ostinano a credere che il regno dei cieli continua a essere vicino, come aveva annunciato Gesù all’inizio della sua missione (Mt 4,17).

 

Ma fu la fede di una donna straniera che aiutò il Signore, figlio di Davide, a comprendere il peso delle sue stesse parole.

 

Gesù aveva chiesto ai Dodici di prendersi cura delle pecore perdute della casa di Israele, e di non andare tra i pagani e di non entrare nelle case dei Samaritani (Mt 10,5-6).
Come figlio di Davide Gesù pensava che il suo principale dovere fosse di assicurare un pane a ogni figlio di Israele (2Sam 6,19).
Anche le dodici ceste di pezzi avanzati quando aveva moltiplicato il pane, sembravano destinate solo alle tribù del popolo eletto (Mt 14,20).

 

Non sappiamo se Gesù abbia varcato il confine tra la terra santa e quella abitata da pagani quando decise di spingersi a occidente, verso la zona di Tiro e Sidòne.
Ma sappiamo che l’incontro con una donna straniera che aveva una figlia tormentata da un demonio, lo aiutò a oltrepassare un confine che non era solo geografico.

 

La donna, che era disposta a tutto pur di riavere sua figlia sana nel corpo e nello spirito, non si lasciò impressionare dall’indifferenza di Gesù (che mise in imbarazzo persino i discepoli), né dalla violenza delle sue parole quando le disse che non era bene prendere il pane dei figli per darlo ai cagnolini.
Con la sua risposta, semplice e geniale, sui cagnolini che mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni, tappò la bocca a Gesù, e lo costrinse a riconoscere la profondità della sua fede.

 

Il rispetto della Legge è necessario per mettere ordine, ma la profezia è ancora più necessaria perché l’ordine non sia quello dei cimiteri.
Isaia parlava di un tempio trasformato in casa di preghiera per tutti i popoli, e Dio stesso vi avrebbe condotto stranieri ed eunuchi.

 

Con la sua fede grande (e religiosamente poco educata) la donna straniera ottenne la grazia per la figlia e aiutò Gesù, se così si può dire, a comprendere meglio il senso del suo essersi fatto carne e avere posto la sua dimora in mezzo a noi (Gv 1,14), per fare del suo corpo una casa di preghiera per tutti i popoli.

 

Qualche giorno dopo, tornato verso Cafarnao, per la seconda volta Gesù sfamò la folla con sette pani e pochi pesciolini, raccogliendo sette sporte di pezzi avanzati (Mt 15,37).
Sette, il numero della pienezza, il numero che, moltiplicato per dieci, dà la somma dei popoli della terra.

 

L’incontro con la donna Cananea, a metà dell’evangelo, segnò uno spartiacque nella vita di Gesù e diede inizio al compimento della sua opera.

 

L’ora di Gesù giunse quando fu portato fuori dalla Città Santa come uno straniero e trascinato con la croce sulle spalle verso il luogo impuro delle esecuzioni capitali.

 

I Dodici l’avevano abbandonato ed erano fuggiti (Mt 26,56) mentre i figli di Israele che aveva sfamato lo insultavano e lo deridevano chiedendogli di scendere dalla croce se era davvero il Figlio di Dio come affermava (Mt 26,38-44).

 

Dalla cima di quel piccolo colle Gesù vide oltre i confini della terra di Israele, vide uomini e donne che in ogni angolo della terra invocavano la salvezza.
Sul Golgota Gesù offrì la sua vita non solo per le pecore perdute della casa di Israele, ma per tutti noi, perché tutti saremmo perduti se il Signore non venisse a cercarci (Lc 19,10).

 

E il primo a essere salvato fu un uomo straniero e pagano, come la donna cananea.
Per quanto ne sappiamo, il centurione che stava sotto la croce non cercava il Signore, ma quando lo vide morire, quando vide come moriva, ebbe la certezza che Colui che era davvero il Figlio di Dio stava cercando lui (Mt 27,54).

 


Talvolta tra Dio e l’uomo s’instaura un vero dibattito, indeciso, esitante, ansimante. La bilancia del destino non sa da quale lato pendere, quello di Dio o quello dell’uomo, quello del Rigore o quello del Perdono.
Il dibattito è incerto, esclama Mosè. Ebbene si vedrà chi di noi due vincerà, Tu, Dio, o io, l’uomo. Secondo Rabbi Berekhya, Dio ha risposto finalmente: Per la tua vita, tu sei riuscito ad annullare il mio progetto e a confermare il tuo (Devarim Rabba, 5,13).
(Andrè Neher, Il pozzo dell’esilio)