ISAIA, IL PRINCIPE DEI PROFETI
4 ottobre 2026, XXVII per annum
(Is 5,1-7; Sl 80/79; Fil 4,6-9; Mt 21,33-43)

 

La pietra che i costruttori hanno scartata è diventata testata d’angolo (Mt 21,42)

 

Isaia, il principe dei profeti biblici, inizia il suo libro cantando per il suo diletto un cantico d’amore per la sua vigna.
Ma il cuore umano, come scrive il profeta Geremia, è infido e difficilmente guaribile (Ger 17,9), e incline al tradimento.
Ho allevato e fatto crescere figli che si sono ribellati contro di me (Is 1,2).
Il Dio biblico non è l’Essere perfettissimo e insensibile dei teologi, né il motore immobile dei filosofi, ma il Padre che soffre per il tradimento dei figli, lo sposo con il cuore lacerato dalla gelosia.
E Isaia, pur sapendo a che cosa andava incontro, si offrì volontario per cercare di recuperare un amore che sembrava perduto per sempre (Is 6,8).

 

Come Isaia, anche Gesù sapeva a che cosa andava incontro una volta giunto a Gerusalemme. I discepoli invece, dopo l’ingresso trionfale in città, continuavano a vivere dentro i loro sogni di gloria.

 

In Galilea Gesù aveva parlato in parabole per nascondere i misteri del Regno che si era fatto vicino (Mt 13,13).
A Gerusalemme, invece, si servì delle parabole per rivelare il mistero del Messia e il compimento della sua missione.
E con le sue domande (apparentemente retoriche) costringeva i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo a emettere la sentenza contro se stessi.
Un atto di autoaccusa che avrebbe potuto aprire loro gli occhi e salvarli se con umiltà avessero riconosciuto il loro peccato.
Che cosa farà il padrone della vigna a quei contadini? – chiedeva.
Ed essi rispondevano che avrebbe fatto morire miseramente quei malvagi e avrebbe affidato la vigna ad altri vignaioli che gli avrebbero consegnato i frutti a suo tempo.

 

Erano loro, uomini religiosi della prima ora (Mt 20,1-16), quei malvagi che non sopportavano un Dio di pietà, compassionevole, lento all’ira e pieno di amore (Mt 20,1-2; Sl 86,15; Ef 2,4), che davanti a Lui ostentavano senza alcun pudore i propri meriti (Lc 18,11-12), che, a differenza dei pubblicani e delle prostitute, non avevano creduto a Giovanni Battista (Mt 21,32), come non credevano in Gesù l’amico dei pubblicani e dei peccatori (Mt 11,19).

 

Nel giorno di Yom Kippur, giorno dell’Espiazione, durante il quale si chiede perdono per i propri peccati (e non per quelli degli altri), in sinagoga viene letta la storia di Giona.
Questo profeta (tragico e buffone) che si rifiuta di recarsi a Ninive per invitare i suoi abitanti alla conversione, non accetta che Dio sia così accondiscendente con uomini e donne che a suo avviso non meritano nulla. Ma le porte del Ritorno, della conversione (in ebraico Teshuvà), sono e dovrebbero rimanere aperte a tutti, per ricordarci di lasciare agli esseri umani la possibilità di sorprenderci. Quelle possibilità che Giona non voleva concedere ai Niniviti
(Haim Fabrizio Cipriani).

 

Isaia è costretto a parlare di una fine per questa vigna che ha prodotto solo frutti acerbi, ma, nello stesso tempo, vede nel cuore di questa fine il seme di un nuovo inizio.
La quercia e il terebinto saranno abbattuti, ma resterà un ceppo in mezzo a una vigna abbandonata. E da quel ceppo un giorno verrà un germoglio e dal germoglio una semente santa (Is 6,13).

 

Avranno rispetto per mio figlio! – pensava il padrone della vigna, dopo che tutti tentativi di far ragionare i contadini erano andati a vuoto.
Ma non ci fu alcun rispetto nemmeno per il Figlio.
Come non c’era stato per i profeti che l’avevano preceduto (Mt 23,31), né per il Servo del Signore di cui parla Isaia (Is 50,5-6; 52,13-15).

 

Il mistero della morte del Figlio di Dio rimane oscuro ma, come dirà Gesù ai due discepoli di Emmaus, bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria (Lc 24,26).

 

Stolti e lenti di cuore nel credere all’incomprensibile destino del Messia non furono solo i due di Emmaus, e neppure i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo, gli scribi e i farisei, ma anche i Dodici ai quali un giorno Gesù avrebbe consegnato le chiavi del regno dei cieli (Mt 16,19) per farlo fruttificare.
Il loro tradimento e l’abbandono deve essere stato per Gesù più doloroso dei chiodi con i quali fu crocifisso.
Ma Gesù doveva diventare l’ultimo di tutti e servo di tutti (Mc 9,35), la pietra scartata dai costruttori prima di diventare la pietra d’angolo, una meraviglia ai nostri occhi (Sl 118,22).

 

Anche Gesù, come Isaia, fu costretto ad annunciare una fine, intesa come compimento (Mt 5,17), non come conclusione.
La sua fine fu un punto di partenza, non un punto di arrivo.

 

Prima di consegnare la sua vita nelle mani del Padre sulla cima del Golgota (Lc 23,34.46), Gesù non gli chiese di far morire miseramente quei malvagi, ma lo supplicò di perdonarli, perché – disse – non sanno quello che fanno (Lc 23,34).

 

Vista con occhi umani la croce appare come una vigna sterile, un albero secco, un ceppo rimasto sul campo abbandonato, come aveva scritto il profeta Isaia sette secoli prima.
E con quell’uomo crocefisso sembrava morire ogni speranza.

 

Eppure il centurione che stava sotto la croce riconobbe nel cuore di quella fine l’inizio di tutto. Quando volse lo sguardo a colui che era stato trafitto (Gv 19,37; Zc 12,10), vide spuntare da quel ceppo un germoglio, e dal germoglio una semente santa, che avrebbe dato origine a un popolo che avrebbe portato frutto dove il trenta dove il sessanta, dove il cento per uno (Mt 13,8).

 

E proprio a lui, che di Gesù e della sua storia sapeva poco o nulla, fu affidata la vigna perché a suo tempo ne consegnasse i frutti al Figlio mandato dal Padre, a Colui che era davvero il Figlio di Dio (Mt 27,54).

 


Racconta un Midrash che la Legge, appena creata da Dio, lo supplicò di non creare gli uomini perché l’avrebbero fatta a pezzi. Ma Dio la rassicurò: Non temere, con te ho creato anche il Pentimento. Non impedirà agli uomini di infrangerti, ma li aiuterà a riparare! E Dio creò un mondo abitato da uomini capaci di sbagliare, ma anche di capire, di pentirsi e di ricominciare.