NEL TEMPO DELL’ESILIO
27 settembre 2026, XXVI per annum
(Ez 18,25-28; Sl 25/24; Fil 2,1-11; Mt 21,28-32)
Chi dei due ha compiuto la volontà del padre? (Mt 21,31)
Nel tempo dell’esilio a Babilonia Ezechiele continuò a denunciare l’ipocrisia del popolo, ascoltino o non ascoltino (Ez 2,5.7) ma, nello stesso tempo, non si stancava di richiamare gli esuli a un ritorno a Dio, perché una conversione (indissociabile dal pentimento) è possibile in ogni istante, qualunque sia il grado di allontanamento del popolo o di una persona (Catherine Chalier).
Non è un caso che il verbo vivere sia ripetuto undici volte nel capitolo diciotto del libro del profeta Ezechiele, come a confermare che Dio non vuole la morte del peccatore ma che si converta e viva (Ez 18,23).
Ed è per questa possibilità di cambiare, di ri-credersi che il Verbo si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi (Gv 1,14).
Gesù era un maestro che amava raccontare piccole storie di vita quotidiana per parlare del grande mistero del regno dei cieli che s’è fatto vicino (Mt 4,17) e, da buon maestro, rispondeva alle domande con altre domande, per stimolare chi lo interrogava a trovare la risposta.
Risposte che a volte potevano sembrare apparentemente scontate, come retoriche potevano sembrare (apparentemente) le domande. (È logico che il figlio che prima ha detto No, non ne ho voglia, ma poi, pentitosi, è andato a lavorare nella vigna è quello che ha compiuto la volontà del padre).
La parabola dei due figli non è un apologo morale sull’obbedienza dovuta ai genitori, ma la storia del cuore umano con la sua grandezza e la sua miseria e sulla libertà che Dio ha donato alle sue creature, libertà di sbagliare e di correggersi, di mentire e di ravvedersi.
Nel suo primo grande discorso Gesù aveva affermato: Il vostro parlare sia: Sì, sì; no, no; poiché il di più viene dal maligno (Mt 5,37), parola che sembra contraddire la parabola dei due figli.
Tutta la Parola di Dio, Parola che non passa (Mt 24,35), è paradossale e non segue le logiche di questo mondo. Gesù chiede di morire per vivere (Gv 12,24), di perdere la vita per trovarla (Mt 16,25) e, a discepoli imperfetti, dal cuore infido e difficilmente guaribile (Ger 17,9), chiede di essere perfetti come il Padre celeste (Mt 5,48).
Ma la perfezione consiste nella consapevolezza di non poterla raggiungere mai. Per questo i Padri della Chiesa parlano dei credenti chiamandoli ‘proficiēntes’, cioè coloro che progredisco sempre, grazie alle sollecitazioni che ricevono dalla Parola di Dio (Gregorio di Nissa).
La perfezione cristiana – insegna Origene – consiste nel progredire verso un obiettivo che si ha davanti fino a raggiungerlo come una freccia che coglie il bersaglio. Se però questo obiettivo si identifica con la verità, che per definizione, è sempre davanti a noi, allora la nostra perfezione non è altro che un perfezionamento continuo. In questo caso ogni tappa raggiunta diviene sempre una rampa di lancio per progredire oltre.
Proprio per questo i patriarchi, Abramo, Isacco e Giacobbe, non costruivano case, ma soltanto tende. Erano consapevoli che non abbiamo qui una stabile dimora (Eb 13,14), perciò erano sempre in viaggio, senza fermarsi mai, verso il Signore progredendo di abisso in abisso, al fragore delle sue cascate (Sl 42/41,8).
Il discepolo di Gesù non è un uomo tutto d’un pezzo, come un idolo, ma un figlio in cammino che crede e ha il coraggio di ri-credersi.
Pubblicani e prostitute passano avanti nel regno di Dio perché, nonostante la loro vita moralmente discutibile, si sono ri-creduti e hanno creduto alla possibilità di cambiare vita, di tornare sui propri passi per (provare) a non peccare più.
Noi non veniamo condannati per il gran numero dei peccati, ma perché rifiutiamo di pentirci (Marco l’eremita).
I discepoli che all’inizio avevano detto con entusiasmo il loro sì al Signore (Mt 4,16-20) e si erano mostrati disponibili a bere il calice che lui stava per bere (Mt 20,22), alla fine non andarono a lavorare nella sua vigna ma lo abbandonarono e fuggirono (Mt 26,56).
In Gesù (e solo in lui) c’è stato sempre il Sì (2Cor 1,19) e con la sua obbedienza ha portato a compimento l’opera del Padre.
Come il secondo figlio della parabola, Simon Pietro aveva detto il suo sì a Gesù, il Cristo, il Figlio del Dio vivente (Mt 16,16), il solo che ha parole di vita eterna (Gv 6,68), e aveva promesso che non l’avrebbe mai e poi mai rinnegato (Mt 26,33-35).
Poi il suo sì divenne un no.
Voltò le spalle a Gesù e non andò dove doveva andare, giurando e spergiurando di non conoscere quell’uomo.
Ma quando i suoi occhi incontrarono quelli di Gesù (Lc 22,61) ricevette la grazia del pentimento e scoppiò a piangere.
Quelle lacrime trasformarono il suo no in un nuovo sì (Mt 16,69-75).
Come il primo della parabola, invece, si comportò il centurione che stava sotto la croce, che di Gesù e della sua vigna probabilmente sapeva poco o nulla.
Ma quando vide morire Gesù, quando vide come moriva, riconobbe in lui davvero il Figlio di Dio (Mt 27,54) e si senti chiamato.
Quel pomeriggio disse il suo sì, e si mise al suo servizio.
Poi di lui, della vita di quel centurione romano non sappiamo più nulla, ma possiamo essere certi che, come accade a tutti noi, sia stata una vita con sì e no, con cadute e riprese.
Anche lui, come noi, tante volte avrà creduto e si sarà ri-creduto, perché l’essenza della vita cristiana, come dice Isacco di Ninive, è cadere e rialzarsi, cadere e rialzarsi, cadere e rialzarsi.
Preferisco un delinquente che ammette di esserlo a un santo consapevole della propria santità. Il delinquente che ammette la verità passa le sue giornate nella Verità. E la Verità è Dio. Anche il delinquente vive dunque in Dio. Invece chi pensa d’essere un santo perfetto vive nella menzogna, e Dio odia la menzogna. In realtà non esiste al mondo un uomo perfetto.
(rabbi Ja’aqov Jitschaq ha-Levi Horowitz, il Veggente di Lublino)
