COME PUOI DIRE CHE DIO È EQUO
20 settembre 2026, XXV per annum
(Is 55,6-9; Sl 145/144; Fil1,20c-24.27a; Mt 20,1-16)
Andate anche voi nella vigna (Mt 20,7)
Come puoi dire che Dio è equo, quando ti imbatti nel capitolo sul salario degli operai (Mt 20,1-16)? Come può uno definire Dio ‘equo’, quando si imbatte nel racconto del figlio prodigo? Avendo egli sperperato tutti i beni nella dissolutezza, davanti alla sola compunzione che mostrò, (il padre) corse, gli si gettò al collo e gli diede autorità su ogni suo possesso (Lc15,11-24). Dov’è l’equità in Dio se, mentre eravamo peccatori, Cristo è morto per noi (Rm 5,8)? (Isacco di Ninive).
La parabola degli operai dell’undicesima ora conferma le parole che Dio aveva rivelato al profeta Isaia: I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le mie vie non sono le nostre vie. Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri.
Ma, nello stesso tempo, la parabola corregge ciò che Isaia aveva scritto pochi versetti prima, perché è il Signore che viene a cercare noi prima ancora che ci sfiori il pensiero di metterci a cercarlo.
Il padrone della vigna che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna è un uomo giusto che mantiene la parola data.
Ma la parabola degli operai dell’undicesima ora non è una parabola sulla giustizia perché a nessuno è dato secondo le sue opere ed è stato favorito chi ha prodotto meno.
Non è nemmeno una parabola sull’obbedienza alla chiamata perché tutti rispondono prontamente (Mt 4,20.22).
È una parabola che urta il nostro senso di giustizia e conferma ciò che Gesù ha annunciato fin dall’inizio: il regno dei cieli appartiene ai poveri, agli ultimi, a chi ha lavorato poco, ma ha portato il peso di una lunga ed estenuante attesa, nel timore di non trarre nessun guadagno dalla giornata (Sergio Quinzio).
Ed è una parabola su Dio che non si stanca di uscire a cercare le sue creature (Gen 3,9).
In esilio un piccolo resto si ostinò a credere che Dio non si era stancato di loro e non li aveva abbandonati.
I suoi pensieri non sono i nostri e le sue vie non sono le nostre (Is 55,8-9) e nemmeno i suoi tempi sono i nostri, come ci ricorda il salmo: Ai tuoi occhi mille anni sono come il giorno di ieri che è passato, come un turno di veglia nella notte (Sl 90,4).
Eppure quel lungo tempo d’esilio a Babilonia fu una grazia per quel piccolo resto che cercò di sintonizzare i propri pensieri su quelli di Dio.
Aiutati dalla parola dei profeti, gli esuli incontrarono un Dio nello stesso tempo più lontano e più vicino, un Dio che i cieli dei cieli non possono contenere (1Re 8,27) ma così intimo da trovare posto nella stanza segreta del cuore, anche in terra d’esilio.
E dall’esilio, come dall’esodo, rinacque un popolo nuovo che ricevette in dono un cuore nuovo e uno spirito nuovo (Ez 36,26).
Un popolo più umile, meno arrogante, consapevole che per, quanto diversi siano i nostri pensieri dai suoi e le sue strade dalle nostre, continua credere che il Signore è vicino e si lascia trovare da quanti lo invocano con sincerità.
In passato i Dodici avevano chiesto a Gesù spiegazioni su parabole meno problematiche di quella degli operai dell’undicesima ora (Mt 13,36).
Ma su questa parabola non chiesero nulla, forse perché i loro pensieri erano già lontani da quelli di Gesù e, pur percorrendo la stessa strada verso Gerusalemme, le loro strade erano molto lontane dalle sue e preferirono continuare a pensare a quel centuplo che Gesù aveva loro promesso (Mt 19,30), e ai posti di riguardo che avrebbero occupato nel regno di Dio (Mt 20,21).
Come i due di Emmaus, anche i Dodici, i chiamati dalla prima ora, erano stolti e lenti di cuore nel comprendere non solo tutto ciò che avevano detto i profeti (Lc 24,25), ma anche tutto ciò che avevano visto con i loro occhi nei tre anni passati accanto al Signore.
Non comprendevano la beatitudine di essere stati tra i primi a vedere ciò che videro e ascoltare ciò che ascoltarono (Mt 13,16).
Non lo compresero perché, pur avendolo davanti agli occhi, e pur sentendolo con le loro orecchie, non accettavano un Messia come Gesù, il Figlio Primogenito che si fece ultimo di tutti e servo di tutti (Mc 9,35) perché gli ultimi, quelli dell’ultima ora, diventassero primi.
Che futuro poteva avere un regno dove i meriti non contano?
Quando Gesù fu arrestato, i discepoli abbandonarono il campo e il Signore che li aveva chiamati e fuggirono, percorrendo una via che li mettesse al sicuro (Mt 26,56).
Dimenticavano che chi vuol salvare la propria vita è destinato a perderla (Mt 16,25).
Ma il Signore non volle perdere i suoi, anche se non lo invocavano e continuò a cercarli percorrendo fino in fondo la via di Dio quando sul Golgota consegnò la sua vita nelle mani del Padre (Lc 23,46), perché il Padre la donasse a noi.
Gesù è il denaro che è dato a tutti, quale che sia l’ora della chiamata.
La comunione con Lui è la ricompensa che nessuno può dire di meritare per quanto abbia sopportato il peso della giornata e il caldo.
Gesù era già morto quando, dopo le tre del pomeriggio di quel venerdì, vigilia della festa di Pasqua, uscì per prendere a giornata operai per la sua vigna.
Quelli che aveva chiamato all’alba di tre anni prima l’avevano abbandonato, ma il Signore non si lascia scoraggiare facilmente e continuò a cercare.
Ne trovò uno che stava sotto la croce.
L’uomo aveva già un lavoro e, forse, non pensava di cambiarlo, ma non riuscì a resistere alla voce che lo chiamava: Vieni anche tu a lavorare nella mia vigna!
Così il centurione romano, l’ultimo chiamato, divenne il primo e al tramonto di quel giorno, prima ancora di cominciare a lavorare nella vigna del Signore, ricevette la giusta ricompensa dalle mani di Colui che era davvero il Figlio di Dio (Mt 27,54).
La grazia lo so somiglia molto all’amore e non la puoi meritare. È liberamente data, senza ragione né equità. Cosa potresti fare per meritarla? Cosa?
(Cormac McCarthy, Il tagliapietre)
