UN UOMO DISSE
13 settembre 2026, XXIV per annum
(Sir 27,30-28,7; Sl 103/102; Rom 14,7-9; Mt 18,21-35)
Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette (Mt 18,22)
Un uomo disse alla mistica islamica Rabià: Ho commesso molti peccati e molte trasgressioni, ma se mi pento Dio mi perdonerà?
Rabià gli rispose: No! Tu ti pentirai, se Egli ti perdona.
In Gesù il se diventa Sì, e in quel Sì c’è la certezza che il Padre ci perdona.
Il capitolo diciotto dell’evangelo di Matteo inizia con una domanda e termina con una domanda. La prima è quella dei discepoli che chiedono a Gesù su chi sia il più grande nel regno dei cieli (Mt 18,1); l’ultima è la domanda di Pietro sul perdono.
Alla prima questione Gesù rispose chiamando a sé un bambino e ponendolo in mezzo a loro: Se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli (Mt 18,2-3).
Nicodemo, che era un maestro e si sentiva grande, iniziò il dialogo con Gesù con l’affermazione categorica Noi sappiamo!
Gesù provò a fargli capire che con tutta la sua scienza non avrebbe fatto molta strada.
Se voleva entrare nel regno di Dio, doveva convertirsi e rinascere, diventare come un bambino. Non infantile, né puro ma fiducioso come un bambino… allora sarebbe entrato una seconda volta nel grembo della madre e sarebbe rinato (Gv 3,1-5).
L’esperienza del perdono (ricevuto o dato) è una ri-nascita, è ri-diventare come bambini.
Con la sua domanda sul perdono Pietro pensava di sorprendere Gesù (e gli altri discepoli). Il suo limite, sette volte, gli sembrava un buon margine rispetto alla legge di Mosè e alle norme dei regni di questo mondo.
Pietro parlava con il ragionevole buon senso dell’adulto che non è ancora diventato come un bambino.
Gesù gli rispose moltiplicando per settanta il suo patetico sette (numeri questi, il 7 e il 10x7 che indicano assenza di limite), e raccontando una storia paradossale, come lo sono tutte le parabole.
Nelle pagine del libro di Gesù, figlio di Sirach non troviamo il fuoco che ardeva nel cuore dei profeti e nelle parole dell’altro Gesù, il figlio di Giuseppe, di Nazareth.
Da buon maestro insegnava che una buona religione rende buona anche la vita, così come una fede malata può avvelenare l’esistenza propria e quella altrui. L’uomo che concentra la sua attenzione sui torti subiti, chi medita vendetta, chi alimenta l’odio nel suo cuore non solo è fuori dall’Alleanza ma anche fuori di sé.
L’incapacità di perdonare toglie respiro alla vita.
Solo alla fine del suo libro, dopo avere ripercorso la storia di Israele raccontando la vita di chi rese grande il più piccolo dei popoli della terra, le sue parole si accendono e diventano preghiera, come nel libro dei Salmi.
Gesù, figlio di Sirach non è più il buon maestro che tutti conoscono, ma un uomo la cui anima era vicina alla morte, la cui vita era giù vicina agli inferi.
Mi rivolsi al soccorso degli uomini, ma non c’era.
Allora mi ricordai della tua misericordia, Signore, e dei tuoi benefici da sempre.
Perché tu liberi quelli che sperano in te e li salvi dalle mani dei nemici (Sir 51,6-8).
La vita del primo servo della parabola era vicina alla morte, giù vicino agli inferi.
La misericordia del re gli offrì una seconda possibilità, di cui non seppe approfittare.
Invece di far festa e rallegrarsi perché era morto ed era tornato in vita, era perduto ed era stato ritrovato (Lc 15,32), si perse reclamando la restituzione del debito irrisorio che un suo collega gli doveva.
Quando Pietro interrogò Gesù sul perdono, ragionava da adulto con la presunzione di chi crede di avere compreso tutto sui misteri del regno che si è fatto vicino (Mt 4,17).
Ma la logica del regno che non è di questo mondo è nascosta ai sapienti e agli intelligenti ed è rivelata ai piccoli, perché così ha deciso il Padre nella sua benevolenza (Mt 11,25).
Se fosse stato uno di quei piccoli che credono (Mt 18,6) avrebbe formulato la domanda in un altro modo: Quante volte mi sarà perdonato se commetto colpe contro di te?
Il discepolo del regno è un servo che ritrova la dignità di figlio quando prende coscienza di essere stato perdonato senza alcun merito, solo per la grazia della benevolenza divina.
Avanzatevi – dirà (Dio) – anche voi, avanzatevi ubriaconi, avanzatevi uomini deboli, dissoluti! E noi tutti avanzeremo senza vergognarci e ci fermeremo davanti a Lui ed Egli dirà: Voi siete i miserabili, immagini, impronte, ma venite anche voi.
E allora diranno i saggi, gli uomini assennati: Signore perché accogli anche costoro? Perché li accolgo, saggi, perché li accolgo, uomini assennati? Perché nessuno di essi è stimato degno di questo…
E ci tenderà le braccia e noi ci getteremo nelle sue braccia e piangeremo e comprenderemo tutto, sì allora comprenderemo tutto (F. Dostoevskij, Delitto e castigo).
Quando Pietro si rese conto di avere tradito l’Amico, si gettò tra le braccia di Gesù e scoppiò a piangere come un bambino.
Negli occhi del Signore che si voltò e fissò lo sguardo su di lui (Lc 22,61) non vide il giudizio ma l’infinita misericordia di Dio.
In quell’istante, prima ancora di prenderne coscienza, Pietro ri-diventò come un bambino e con le sue lacrime di dolore e di amore, fece il suo ingresso nel regno dei cieli.
Ricorda due pensieri e temili. Uno dice: Sei un santo; l’altro: Non ti salverai. Entrambi vengono dal nemico e in essi non c’è verità. Piuttosto pensa: Io sono un grande peccatore, ma il Signore misericordioso ama molto gli uomini e perdonerà anche a me i miei peccati. Credilo e così avverrà: il Signore ti perdonerà (Silvano del Monte Athos).
Un discepolo confida a rabbi Menachem Mendel di Kotzk (il Kotzker): “Vengo da Ruzin. Là tutto è chiaro, semplice. Pregavo, e sapevo pregare; studiavo e sapevo di studiare. Qui a Kock tutto è intricato, confuso: ed io ne soffro, rabbi. È atroce, sono disorientato: aiutatemi affinché io possa pregare e studiare come un tempo. Fate in modo che io cessi di soffrire”. Il rabbi fissa il suo interlocutore, in lacrime: “E chi ti dice che Dio s’interessi dei tuoi studi e delle tue preghiere? E se Lui preferisse le tue lacrime e la tua sofferenza?”.
(E. Wiesel, Celebrazione hassidica)
