GEREMIA ERA SOLO UN RAGAZZO
30 agosto 2026, XXII per annum
(Ger 20,7-9; Sl 63/62; Rom 12,1-2; Mt 16,21-27)
Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini (Mt 16,23)
Geremia era solo un ragazzo che non sapeva parlare (Ger 1,6) quando il Signore gli pose sulle spalle il peso di un popolo dalla dura cervice che gli era ostile.
Se fosse dipeso da noi, avremmo scelto uomini come Elia, il profeta di fuoco, divorato dallo zelo per il nome del Signore (1 Re 19,14) o Isaia, il profeta che non si tira indietro (Is 6,8), o Ezechiele, il profeta che sopravvive al peso delle sue visioni (Ez 1,28).
Eppure, come scrive André Neher, Dio affida un messaggio gigantesco a questi giovani, dal corpo fragile, dallo spirito appena sveglio. L’immagine sarebbe grottesca se non fosse paradossalmente grave: avvertiamo che per esprimersi, l’Assoluto ha bisogno di un essere in fase di crescita. In mezzo a un popolo colpevole, i fanciulli restano la sola speranza.
Geremia era un ragazzo che visse in mezzo a un popolo colpevole, un adolescente delicato e sensibile, che sognava di avere una moglie e dei figli, che desiderava invecchiare nel suo villaggio di Anatot raccontando le storie del suo popolo ai figli dei suoi figli seduti in cerchio attorno a lui.
A differenza di Geremia, Simon Pietro, il pescatore di Galilea, il primo chiamato da Gesù (Mt 4,18-20), l’apostolo cui furono affidate le chiavi del regno dei cieli (Mt 16,19), era un uomo fatto e finito, se così si può dire.
E, a differenza di Geremia, la parola non gli mancava.
Quando lasciava che lo Spirito parlasse in lui professava una fede perfetta (Mt 16,17) e dimostrava un amore sincero (Gv 21,17), ma quando faceva prevalere il suo io, Pietro tornava quello di sempre, carne e sangue, una pietra d’inciampo nel cammino di Gesù.
Nonostante l’apparenza Pietro, la roccia, era un uomo fragile e incostante, eppure il Signore, i cui pensieri non sono i nostri e le cui vie non coincidono con le nostre (Is 55,9), si ostina ad affidarsi ai meno affidabili per portare a termine le sue imprese.
Il Santo Benedetto scelse Geremia prima ancora che venisse formato nel grembo della madre, lo consacrò prima che venisse alla luce (Ger 1,5).
E quando il giovane ragazzo di Anatot giunse nell’età dell’adolescenza, Dio lo costrinse a parlare, lui che non sapeva farlo, lo obbligò a vivere senza la presenza di una moglie e dei figli, lui che li desiderava. Gli impose di gridare violenza e oppressione mentre sognava di vivere in pace tra la sua gente.
Geremia cercò di opporsi alla missione ma Dio gli usò violenza, come un uomo che pieghi la volontà di una ragazza, come un adulto che sottometta un bambino.
Geremia si sforzò di cancellare Dio dalla sua vita con tutte le sue forze, di non pensare più a Lui, ma quando lo Spirito tocca la vita di un uomo, un fuoco che non si può contenere entra nelle sue ossa.
La vita di Geremia fu un corpo a corpo con Dio e, come Giacobbe al guado dello Jabbok, ne uscì vincitore, benedetto e ferito (Gen 32.23-33).
Anche Pietro lottò con Gesù, per il suo bene.
A Cesarea di Filippo, dopo averlo riconosciuto come il Cristo e il Figlio del Dio vivente (Mt 16,16) lo prese in disparte per non umiliarlo di fronte agli altri e lo rimproverò come farebbe un genitore con il figlio che fa i capricci.
Ma Gesù non è un bambino disobbediente, è il Figlio che per la sua obbedienza alla volontà del Padre rinnega se stesso e prende la sua croce.
Pietro pensava di fare il bene di Gesù, ma in realtà era preoccupato per il suo bene e il suo futuro che non prevedeva un Messia sconfitto.
Il Padre che è nei cieli gli aveva rivelato la verità su Gesù, il Cristo, il Figlio del Dio vivente, ma la carne e il sangue e il buon senso gli suggerivano che una strada di sofferenza e morte non fosse ragionevole, anche se è la verità paradossale posta nel cuore di tutto ciò che esiste: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore rimane solo; se invece muore produce molto frutto (Gv 12,24).
Geremia, che non voleva più pensare a Dio, che non voleva più parlare nel suo nome, alla fine si arrese.
Invece nessuno dei discepoli si arrese alla logica di Gesù e coloro che all’inizio avevano abbandonato tutto per andare dietro a lui, alla fine lo abbandonarono e fuggirono per salvare se stessi (Mt 26,56).
Per voler salvare la propria vita, finirono per perderla.
Ma, come affermano i musicanti di Brema, c’è sempre qualcosa di meglio della morte, perché Dio ha messo nel cuore dell’uomo il desiderio di ricominciare e ha dato all’uomo la possibilità di cambiare.
Nei momenti di tensione l’uomo religioso può inciampare, può commettere gravi errori oppure smarrirsi; tuttavia la sua adesione al Santo Benedetto risulterà soltanto allentata, non s’infrangerà mai del tutto. A simili errori segue infatti sovente un nuovo slancio verso la meta, e l’errore serve a dare un nuovo impulso (Abraham J. Heschel).
Geremia aveva perso la sua vita per il Signore e, anche se sappiamo poco sul suo destino finale, siamo certi che la ritrovò. Ancor’oggi, dopo più di due millenni, rileggere la sua storia riempie il cuore di speranza.
Anche Simon Pietro ritrovò la sua vita dopo averla perduta dentro il cortile della casa del sommo sacerdote, quando rinnegò tre volte il Signore.
Nel momento in cui toccò il fondo (forse) per la prima volta prese coscienza di quello che era: un miserabile traditore.
Se l’orgoglio avesse prevalso, probabilmente l’avrebbe fatta finita, come Giuda (che gli assomiglia più di quanto possiamo immaginare).
Invece scoppiò in pianto e quelle lacrime lo riportarono a galla (Mt 26,69-75).
Pietro, salvato dalle acque, come Mosè.
Nella profezia di Geremia la tristezza non si converte in gioia, ma la sostiene, le dà forma.
Nessuna lacrima è asciugata, nessuna infermità è guarita, nessuna sofferenza è placata, nessuna emozione è allentata. Ma nel riflesso di ogni lacrima c’è un sorriso, nell’impotenza di ogni infermità la possibilità di un’azione, in ogni sofferenza una lezione, in ogni emozione, una pietà. In ogni tomba c’è anche una veglia.
(André Neher, Geremia)
