LA GENTE CHI DICE CHE IO SIA?
23 agosto 2026, XXI per annum A
(Is 22,19-23; Sl 138/137; Rom 11,33-36; Mt 16,13-20)

 

Ma voi chi dite che io sia? (Mt 16,15)

 

La gente, chi dice che io sia? Ma voi chi dite che io sia?
Quando Gesù volle sapere il pensiero della gente, parla di sé in terza persona, ma quando rivolse la domanda ai suoi amici, lo fa in prima persona.

 

Al Signore non interessano i sondaggi, ciò che si pensa di lui e non cerca il consenso delle folle. A lui interessa il cuore, non l’apparenza (1Sam 16,7) ed è il cuore dei discepoli che desidera conoscere.

 

All’apparenza, invece, teneva molto Sebnà, primo ministro del re Ezechia, che progettava di costruirsi una tomba che ricordasse le piramidi egiziane o i mausolei assiri, mentre il popolo sprofondava nella miseria.

 

Anche il tetrarca Filippo ci teneva alla propria immagine (anche se l’imperatore di Roma doveva considerarlo poco più di un dipendente) e viveva nel lusso di una città che portava il nome dell’imperatore e il suo.
Nei pressi di Cesarea di Filippo Gesù chiese ai discepoli che immagine la gente si fosse fatta di lui e che cosa loro, i suoi amici, pensassero di lui.
E proprio nella città il cui nome parlava dei poteri di questo mondo, Gesù pose le fondamenta del regno che non è di questo mondo, che conosce una sola forma di potere, e vive in virtù di una sola alleanza e non ha bisogno di armi nemmeno per combattere il principe di questo mondo.

 

A Cesarea, Gesù affidò le chiavi del regno che non è di questo mondo (Gv 18,36) a Pietro, il pescatore di Galilea che, dal capitolo quattordici dell’evangelo di Matteo, inizia a emergere nel gruppo degli apostoli, nel bene e nel male.
È Pietro che rispose alla domanda di Gesù: Ma voi, chi dite che io sia?
Dove il ma voi, rappresenta la soglia tra obbedienza e simpatia, tra la fede e la curiosità.

 

L’Io di Gesù e il Tu di Pietro non parlano di un sondaggio d’opinione, ma di una relazione d’amore.

 

A Cesarea, nel punto geografico della terra di Israele più lontano da Gerusalemme, Gesù pose le basi per il futuro del suo evangelo, affidando la chiesa a un uomo che di certo gli voleva bene (Gv 21,15-17), ma che di solido aveva solo il nome.

 

Con un sepolcro scavato nella roccia, Sebnà pensava di farsi un nome destinato a durare per sempre, come quello dei patriarchi e dei re di Israele.
Viveva nell’illusione che la sua grandezza potesse dipendere dal potere che esercitava, dalla ricchezza che possedeva o dal sepolcro dove sarebbe tornato alla terra donde fu tratto.
Ancora oggi nessuno sa dove sia la tomba di Mosè, eppure il suo nome non sarà mai dimenticato.
Del sepolcro di Sebnà non è rimasta traccia e del suo nome non si saprebbe nulla se non fosse per il profeta Isaia.
Chi vive per glorificare se stesso è destinato a scomparire senza lasciare traccia.
Purtroppo il potere fece perdere la testa anche al suo successore, Eliakìm, figlio di Chelkìa. Doveva essere un padre per Gerusalemme e non un padrone, una sicurezza per le porte della città e non solo per il suo palazzo, un piolo piantato sul terreno solido della fede in Dio. Ma il piolo cedette e anche a lui furono tolte le chiavi che aprivano e chiudevano le porte della casa di Davide (Is 22,25).

 

Nell’intimità della casa di Cafarnao Gesù aveva rivelato ai Dodici i misteri del regno dei cieli, e a Pietro che lo riconobbe come Cristo e Figlio del Dio vivente, affidò le chiavi di questo regno (che non è di questo mondo).

 

Sulle sue fragili spalle e sul suo ancor più fragile cuore pesa la responsabilità di legare e sciogliere, di far crescere un seme o farlo morire.
Pietro sarà il primo a dover rispondere in cielo di ciò che avrà legato o sciolto sulla terra e a lui sarà chiesto molto perché molto gli fu dato (Lc 12,48), nonostante tutto!

 

Nonostante la sua perfetta professione di fede a Cesarea di Filippo, nonostante le sue pubbliche promesse durante l’Ultima Cena (Mt 26,35), Simon Pietro abbandonò Gesù quando fu arrestato: tutti lo abbandonarono e fuggirono (Mt 26,56).
Più tardi entrò nel cortile del palazzo del sommo sacerdote per vedere la piega che avrebbero preso gli eventi di quella notte, ma il suo patetico tentativo fu un atto di orgoglio più che di amore. Infatti, bastarono le parole di alcune serve per mandare in frantumi Pietro, la roccia.

 

Il canto di un gallo lo destò dall’incubo in cui era precipitato e gli riportò alla memoria le parole di Gesù. E, uscito fuori, pianse amaramente (Mt 26,69-75).
Furono quelle lacrime e non le sue promesse che chiusero la porta in faccia alle potenze degli inferi e gli aprirono il cuore alla misericordia di Dio.

 

Il Talmud insegna che, se anche tutte le porte del cielo sembrano ermeticamente chiuse anche alle più ardenti preghiere, le lacrime possono malgrado tutto aprirle ancora, secondo le parole del Salmo: Non essere sordo alle mie lacrime (Sl 39,13). A questo proposito Rashi osserva che è scritto Non essere sordo alle mie lacrime – piuttosto che guarda alle mie lacrime – e ciò significa che le lacrime sono percepite da Dio anche quando restano invisibili. Ciò suggerisce che esse rimangono a volte l’unica preghiera a disposizione di un uomo ferito nel più profondo di sé dal male (Catherine Chalier).

 

Come Mosè, anche Pietro fu salvato dalle acque e, se il Signore gli affidò le chiavi del regno dei cieli, non fu per i suoi meriti, ma per la misericordia di Dio.

 

Pietro era perfetto per questo compito, proprio per la sua imperfezione.

 

Nonostante la sua (e la nostra) infedeltà, come dice il salmo, il Signore è fedele per sempre e non abbandona l’opera delle sue mani.
Per questo, qualunque cosa accada, le potenze degli inferi non potranno prevalere.

 


Una volta il Baal Shem Tov vide un tale che stava studiando ed era assorto nei libri. Disse: Quell’uomo è così preso dallo studio che ha dimenticato che c’è Dio in questo mondo.
(I racconti dei Chassidim)