ELIA, ILPROFETA DI FUOCO
9 agosto 2026, XIX per annum A
(1Re 19,9a.11-13a; Sl 85/84; Rom 9,1-5; Mt 14,22-23)
Dopo il fuoco, il sussurro di una brezza leggera (1Re 19,12)
Elia, il profeta di fuoco e Simon Pietro, l’apostolo di pietra, non incontrarono il Dio che li aveva chiamati nel momento del successo ma in quello del fallimento.
Le loro storie sono una scuola per chi è alla ricerca del volto di Dio.
Elia, profeta nato sotto il segno del fuoco, era un uomo pieno di zelo per il Signore, Dio degli eserciti (1Re 19,14). A lui obbedivano gli elementi della natura (1Re 17,2; Mt 8,27), e di fronte a lui tremava chi osava sfidare il Dio di cui portava il nome, dal re Acab alla regina Gezabele, dai profeti di Asera a quelli di Baal (1Re 18,19-20).
Eppure nel momento in cui toccò l’apice del successo (1Re 18,40) s’inoltrò nel deserto desideroso di morire. Seduto sotto una ginestra, non chiese al Signore di salvarlo, ma di lasciarlo andare: Ora basta, Signore! – disse – Prendi la mia vita, perché non sono migliore dei miei padri (1Re 19,4).
A differenza di Elia, Pietro, la roccia, pensava di essere migliore dei suoi padri e degli altri discepoli.
Se tutti si scandalizzeranno di te, io non mi scandalizzerò mai! – aveva detto al Signore durante la Cena – Anche se dovessi morire con te, io non ti rinnegherò (Mt 26,33-35).
Ma fu proprio quella diabolica presunzione di essere migliore dei suoi padri che lo fece cadere.
Il deserto dove Simon Pietro desiderò la morte fu il giardino della casa del sommo sacerdote dove si era introdotto per seguire Gesù e tentare di mantenere fede alle sue patetiche promesse (Mt 26,69-75).
E lì, in quel cortile, l’apostolo che aveva promesso di non rinnegare mai il Signore, lo rinnegò tre volte. Non cedette davanti a re e a governatori (Mt 10,18), o a soldati pronti a torturarlo, ma per le parole di alcuni servi, ai quali (probabilmente) non importava nulla se fosse stato o meno discepolo di Gesù.
Appena si rese conto di avere tradito colui che li aveva amati fino alla fine (Gv 13,1), la roccia di Pietro andò in frantumi e il pensiero di farla finita deve averlo sfiorato.
Ma in quel momento, com’era accaduto un giorno sul lago in tempesta, Gesù allungò la mano e lo trasse in salvo.
Un angelo salvò Elia che attendeva la morte sotto una ginestra, offrendogli due volte pane e acqua e ordinandogli di rimettersi in cammino (1 Re 19,5.7).
In quei quaranta giorni e quaranta notti di pellegrinaggio nel deserto a morire non fu Elia, ma l’immagine che il profeta si era fatto del Dio di cui portava il nome.
Quando giunse all’Oreb, il monte dove Mosè aveva incontrato Dio in un roveto che bruciava senza consumarsi (Es 3,2-3), e dove l’aveva visto, ma solo di spalle (Es 33,20-23), Elia conobbe il Dio dei suoi padri.
Il Signore non era nel vento impetuoso, né nel terremoto e neppure nel fuoco, ma ne percepì la presenza (senza vederlo) nella voce di un silenzio sottile. Come l’udì, Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all’ingresso della caverna.
Se proprio si deve parlare di Dio, è meglio farlo con discrezione, umiltà e meglio ancora con il silenzio, che per il Santo Benedetto è un canto di lode (Sl 65,2).
Dopo la clamorosa moltiplicazione dei pani (Mt 14,13-20), Gesù aveva costretto i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva.
Il Signore che non si era mostrato a Elia nel vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce, si rivelò ai discepoli nel vento impetuoso che agitava la loro barca rischiando di farla affondare.
Sul finire della notte, in mezzo agli elementi scatenati della natura, Gesù venne loro incontro camminando tranquillo sul mare come il Signore Dio che passeggiava nel giardino di Eden alla brezza del giorno (Gen 3,8).
Pietro, Il discepolo che possedeva lo spirito di Elia e il suo stesso zelo, il primo dei chiamati (Mt 4,18-20), la pietra sulla quale Gesù avrebbe edificato la sua chiesa (Mt 16,18), con la solita presunzione si fece avanti: Se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque.
Gesù aveva detto: Sono io, non abbiate paura!
Ma Piero non si fidò di quella parola e pretese una prova: Se sei tu…
Le stesse parole usate dal diavolo quando tentò Gesù nel deserto: Se sei il Figlio di Dio… (Mt 4,1-11).
Sulle acque di quello stesso lago, all’inizio, Pietro non aveva preteso segni, prove o garanzie dal Signore che lo chiamava ma, fidandosi della Sua Parola, aveva lasciato tutto e l’aveva seguito (Mt 4,18-20).
Quando si ha la pretesa di comandare al Signore e dirgli ciò che deve fare, senza af-fidarsi alla sua parola, si è destinati ad affondare.
Esperienza dolorosa e salutare perché trasforma la presunzione in invocazione: Signore, salvami!
Appena saliti sulla barca il vento cessò e i discepoli si prostrarono davanti a lui, come Elia all’ingresso della caverna.
Gesù non ha affrontato la sua ora con la presunzione e l’arroganza dell’uomo tutto di un pezzo. Nel Getzemani provò tristezza e angoscia, ma nella preghiera si è affidò alla volontà al Padre (Mt 26,36-42) e nelle mani del Padre consegnò il suo spirito prima di morire (Lc 23,46).
Quel pomeriggio, vigilia della festa di Pasqua, si fece buio su tutta la terra (Mt 26,45), e un terremoto squarciò in due il velo del tempio e spezzò le rocce del Golgota (Mt 26,51), ma il centurione che stava sotto la croce riconobbe la presenza del Figlio di Dio nella voce del suo silenzio sottile e nella mano che quell’uomo inchiodato alla croce allungò verso di lui per trarlo in salvo (Mt 27,54).
Quando si parla di Dio la prudenza non è mai troppa.
(Detti dei Rabbini)
