IL RE ACAZ
21/12/2025, IV DI AVVENTO A  
(Is 7,10-14; Sl 24/23; Rm 1,1-7; Mt 1,18-24)

 

Ecco: la vergine concepirà un figlio, che chiamerà Emmanuele (Is 7,14)

 

Il re Acaz stava controllando le condizioni dell’acquedotto quando Isaia gli si fece incontro lungo la strada del Campo del Lavandaio, tenendo per mano il figlio primogenito.
Nell’anno 734 il regno del Nord si era alleato con la Siria e stava per attaccare Gerusalemme.
Tuttavia il re era tranquillo perché l’acquedotto era in ordine, le mura erano solide e aveva come alleato il potente impero Assiro.
Acaz sapeva che cosa stava per dirgli il profeta (che ha lo strano potere di comparirgli davanti ogni volta che ha già preso una decisione) e non aveva alcuna voglia di sentirselo dire.
In ogni caso non sarebbe tornato sui suoi passi.
Con una guerra imminente le mura di Gerusalemme e le armi dell’esercito assiro gli davano più sicurezza delle parole del profeta che gli ordinava di chiedere un segno al Signore!

 

Sette secoli dopo, come Acaz, anche Giuseppe, figlio di Davide, aveva preso la sua decisione.
Era un uomo giusto e buono e aveva trovato un compromesso tra la giustizia della Legge e l’amore per la promessa sposa: col ripudio avrebbe rispettato la Legge, e nel farlo in segreto avrebbe salvato la vita di Maria.
Eppure, a differenza di Acaz, il suo cuore non era in pace e il pensiero gli toglieva il sonno.
Come se in questa storia (come in tutte le storie bibliche) non ci fosse spazio per il compromesso, per una soluzione che mettesse tutti d’accordo.

 

Nella vita spirituale i segni vengono quando meno li aspettiamo e da direzioni o persone che non immaginiamo, perché i pensieri del Signore raramente coincidono con i nostri e le sue vie con le nostre (Is 55,8-9).

 

Tramite il profeta, il Signore parlò ad Acaz e gli concesse la grazia di chiedere un segno, così il re si trovò a un bivio: da una parte la sicurezza del suo mondo, fatto di politica ed equilibri diplomatici, calcoli economici e accordi militari; dall’altra la fiducia in una Parola.
Com’è scritto nella Torah: Vedi, io pongo oggi davanti a te la vita e il bene, la morte e il male (…) la benedizione e la maledizione; scegli dunque la vita, perché viva tu e la tua discendenza, amando il Signore tuo Dio e obbedendo alla sua voce e tenendoti unito a Lui poiché Lui è la tua vita… (Dt 30,15.19-20).

 

Per non dovere scegliere tra l’incertezza di una Parola e la sicurezza delle alleanze umane, Acaz cercò una via d’uscita nell’ortodossia.
La Legge e i Profeti non affermano forse che l’uomo non deve esigere segni da Dio, che non può ricattarlo?
Come se il Signore non conoscesse i pensieri del suo cuore oltre alle parole della sua bocca (1Sam 16,7).

 

La città che Acaz pensava di difendere con le armi e le alleanze, Dio era in grado di difenderla con un bambino e la sua giovane madre, gli anelli più deboli della società.
Questo era il segno.
Un segno che il re temeva e non voleva accettare, perché lo obbligava ad allearsi con Dio invece che affidarsi agli uomini, lo invitava a credere nella Sua Parola invece che alle parole vuote delle alleanze.
Acaz non cambiò la sua decisione e il Signore non venne meno alla sua promessa.
La vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele.

 

La giovane moglie di Acaz, Abijah concepì e partorì un figlio che chiamò Ezechia (2Cr 29,1). Fu re di Israele ed è lodato dalla tradizione come il più retto dei discendenti di David (2Re 18,1).

 

Quella fragile creatura fu profezia di un’altra giovane donna, promessa sposa di Giuseppe che si trovò incinta per opera dello Spirito Santo, prima che andassero a vivere insieme.

 

Il Signore mandò un segno a Giuseppe, anche se il promesso sposo di Maria non l’aveva chiesto.
Un messaggero lo visitò nel sonno e Giuseppe, uomo buono e giusto, uomo di fede, non mise in discussione la serietà di quella visione.

 

Non temere, aveva detto l’angelo Gabriele a Maria.
E lo stesso invito fu rivolto a Giuseppe.
Ed entrambi risposero con il loro Eccomi!
Maria con le parole (Lc 1,38) e Giuseppe con il silenzio.

 

Il buon senso aveva suggerito a Giuseppe la soluzione ragionevole di un ripudio in segreto, ma le parole di un angelo in sogno lo spinsero ad accogliere una Parola che sembrava priva di ogni buon senso.

 

Eppure…

 

La piccola congiunzione amata dai profeti, è il segno che nulla è impossibile a Dio (Lc 1,37), che tutto è possibile per chi crede (Mc 9,23).

 

Così Giuseppe lasciò perdere la sua ragionevole decisione e si affidò all’irragionevole progetto di Dio e per la sua obbedienza il Verbo si è fatto carne e a posto la sua dimora in mezzo a noi (Gv 1,14) per salvare il popolo dai suoi peccati e regnare per sempre sulla casa di Giacobbe (Lc 1,33).

 

Nove mesi dopo, a Betlemme, non c’era posto per loro nell’alloggio (Lc 2,7).
Eppure Dio procurò una mangiatoia con della paglia per accogliere il Bambino e la fede di una giovane coppia di Nazareth rese possibile ciò che è umanamente impossibile.

 

Trent’anni dopo, sul Golgota sembrò che il potere delle armi e della politica eliminasse per sempre il segno del Figlio.
Eppure… all’alba del primo giorno della settimana il luogo che doveva trattenere per sempre il corpo senza vita di Gesù fu trovato aperto e vuoto (Gv 20,1-2).

 


Lode alla pazienza dei poveri, di coloro che ancora credono, ma ancora non vedono, di coloro che ancora sperano ma ancora non possiedono, di coloro che con nostalgia sospirano ma ancora felicemente non regnano, di coloro che ancora hanno fame e sete ma non sono ancora saziati.
La pazienza di questi poveri non va perduta in eterno.
(Agostino, De patientia)