IL TRONCO CHE IN VISIONE
7/12/2025, II DI AVVENTO A
(Is 11,1-10; Sl 72/71; Rm 15,4-9; Mt 3,1-12)
Convertitevi perché il regno di Dio è vicino (Mt 3,2)
Il tronco che in visione il Signore mostrò a Isaia non era un pezzo di legno ma una dinastia, o meglio La Dinastia, quella del re Davide, dalla quale doveva uscire il Messia.
Ma quattrocento anni dopo la morte di Davide l’albero di Iesse fu abbattuto.
Tra la fine di giugno e l’inizio di luglio dell'anno 587 l’esercito Babilonese entrò in Gerusalemme e la saccheggiò. Il re Sedecia tentò di fuggire portando con sé i figli e con loro il futuro della dinastia ma i caldei lo inseguirono e lo raggiunsero nelle steppe di Gerico dove fu catturato. Lo condussero da Nabucodonosor, re di Babilonia, che fece ammazzare i figli di Sedecia davanti a lui. Fu l’ultima cosa che vide perché il re, subito dopo, gli fece cavare gli occhi e in catene lo condusse a Babilonia dove rimase in carcere fino alla fine dei suoi giorni (Ger 52,8-11).
Sedecia fu l’ultimo re di Giuda e con la morte dei figli della sua dinastia non rimase che un tronco senza vita.
Eppure, in quei giorni tragici per Gerusalemme, Isaia ebbe visioni cariche di speranza.
Vide spuntare un germoglio dal tronco di Iesse, vide animali feroci che pascolavano con animali domestici, vide un bambino che giocava con i serpenti.
Visioni stonate rispetto al presente di Gerusalemme e al dramma di un popolo, ma ai profeti il Signore concede la grazia di vedere oltre e da altri punti di vista.
Tra le macerie di Gerusalemme il profeta scorse segni di vita e dove sembrava non esserci più nemmeno il presente Isaia annunciò un giorno nel quale la radice di Iesse si sarebbe levata a vessillo per i popoli.
Nel deserto di Giuda Giovanni, il profeta che sta sul confine tra l’Antico e il Nuovo, gridava alle folle che il giorno annunciato da Isaia sei secoli prima era imminente.
Colui che viene dopo di lui ed è più forte di lui e battezzerà in Spirito santo e fuoco, farà piazza pulita di ogni ipocrisia e brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile.
Nel frattempo, in attesa di colui che deve venire, Giovanni battezzava con l'acqua del Giordano e accompagnava il rito con parole che penetravano nelle coscienze come una spada affilata. Una scure – diceva – è posta alla radice dell'albero e chi non porta frutto viene tagliato e gettato nel fuoco.
Come Elia, Giovanni Battista non esiterebbe a spargere sangue, se ciò servisse alla causa dell’Altissimo (1Re 18,40).
Ma è proprio il sangue che fatto seccare l'albero di Iesse.
Davide, il ragazzo fulvo e di bell’aspetto, quando custodiva il gregge di suo padre, affrontava l'orso e il leone che insidiavano gli animali del gregge e non esitava a ucciderli se gli si rivoltavano contro (1Sam 17,34-36).
Poi, divenuto re di Israele, non esitò a versare il sangue anche degli uomini e per questo Dio non gli permise di costruire il tempio.
La dinastia davidica era malata di violenza e nella violenza seccò dalle radici.
Era necessaria un'altra via e il Signore inviò i profeti perché la indicassero ai re di Israele che, come tutti i potenti di questo mondo, spesso non erano in grado, o non volevano percorrere (Is 7,10-14).Se Davide usava violenza contro gli animali selvatici, il Re messia li avrebbe pascolati senza paura; se il re schiacciava la testa dei suoi nemici, il Bambino si sarebbe trastullato sulla buca della vipera.
La salvezza è più un gioco da ragazzi che una guerra tra potenti.
Isaia non annunciava il ritorno all’età dell'oro, né aveva nostalgia dei tempi passati.
Ecco faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete? Aprirò anche nel deserto una strada, immetterò fiumi nella steppa. Mi glorificheranno le bestie selvatiche (Is 43,19-20) e farò spuntare un germoglio dal tronco di Iesse.
Come tutti i profeti Isaia vede oltre, vede quello che ancora non c’è, ma ci sarà perché il Santo Benedetto ha dato la sua Parola.
Gesù e Giovanni s’incontrarono per la seconda volta (per quanto ne sappiamo) sulla riva del Giordano.
La prima volta era accaduto trent’anni prima, quando erano ancora dentro il grembo delle rispettive madri.
Appena il saluto di Maria era giunto agli orecchi di Elisabetta, Giovanni aveva sussultato di gioia perché ebbe la certezza che la presenza di Colui che veniva dopo ma era più forte di lui, avrebbe reso vicinissimo il Regno di Dio (Lc 1,44). Il Messia, come il Servo del Signore da profetizzato Isaia - pur proclamando il diritto con fermezza, non avrebbe spezzato una canna incrinata e non avrebbe spento uno stoppino dalla fiamma smorta (Is 42,3).
Il tronco di Iesse era sorto a Betlemme, mille anni prima, secolo più, secolo meno.
E da Betlemme, dopo essersi seccato, riprese vita per mezzo dell’imperatore di Roma che costrinse Giuseppe e Maria a scendere nella città di Davide per il censimento.
Non poteva immaginare di essere solo uno strumento nelle mani dell’unico vero Re.
A Betlemme Gesù vide la luce in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’albergo (Lc 2,7).
Un piccolo germoglio che mise radici in un mondo freddo e ostile.
Anche se la scrittura non lo riporta, con la libertà concessa dalla sobrietà del racconto, possiamo immaginare che quella notte la profezia di Isaia si sia realizzata.
All’annuncio degli angeli, dal campo dei pastori si mosse una processione di uomini e animali. Alle pecore e ai buoi, agli asini e ai vitelli si aggregarono orsi e lupi, leoni, leopardi, e leoncelli per vedere questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere (Lc 2,8-16).
E tutti, uomini e animali, arrivati davanti alla mangiatoia, videro ciò che Isaia aveva annunciato sette secoli prima.
Videro il Bambino pieno di gioia che giocava con i serpenti.
Che cos’è il cuore caritatevole?, si chiede Isacco il Siro: È un cuore che s’infiamma di carità per l’intera creazione, per gli uomini, per i demoni, per tutte le creature… la compassione immensa penetra il suo cuore… esso non può sopportare più neanche una pena minima inflitta a una creatura… Esso prega anche per i rettili, mosso da una pietà infinita che si desta nel cuore di coloro che si assimilano a Dio.
