ISAIA FIGLIO DI AMOZ
30/11/2025, I DI AVVENTO A      
(Is 2,1-5; Sl 122/121; Rm 13,11-14a; Mt 24,37-44)

 

Come furono i giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo (Mt 24,37)

 

Isaia figlio di Amoz (grazie ai due discepoli che poi raccolsero la sua eredità) ebbe modo di vedere i tre volti di Gerusalemme.
Prima la città splendida con il suo Tempio, come una corona portata da una regina.
Poi la città distrutta dai soldati di Nabucodonosor e il Tempio saccheggiato senza pietà.
E infine la città che a fatica tenta di rialzarsi con un Tempio che era solo un pallido ricordo della gloria passata.
Ma nel cuore di Isaia c'è un'immagine di Gerusalemme che non muta, non soggetta agli alti e bassi della storia.
Prima ancora di raccontare la sua vocazione, Isaia vede Sion avvolta nella luce del Signore, che si erge sopra i colli, e vede strade che permettono a tutti di raggiungerla.
Gerusalemme è una luce all'inizio del libro.
Tra profeti che illudono gridando che andrà tutto bene e profeti di sventura che minacciano calamità, Isaia cammina in equilibrio sul filo sottile di una speranza che non è di questo mondo.

 

Di questa speranza parla anche Gesù quando, alla fine della sua missione, con linguaggio apocalittico annuncia un tempo che sta per compiersi.
C’è una salvezza possibile anche in tempi difficili (come, tra l’altro, sono tutti i tempi degli esseri umani).
I giorni di Gesù non sono diversi dai giorni di Noè, né dai nostri e il peccato che li segna rimane lo stesso: più della malvagità che spinge ad agire con violenza, c’è la superficialità che anestetizza l'attenzione e impedisce di vedere e decifrare i segni.
Noè costruì un'arca tra le montagne senza dare spiegazioni perché gli sembrava che tutto fosse così evidente da non renderle necessarie.
La sua opera assurda avrebbe dovuto sollevare domande, e invece alimentò critiche e giudizi.

 

Qualche epoca dopo i giorni di Noè, uno sconosciuto artigiano di Nazaret, nella sua bottega fabbricava croci per l’occupante romano e il figlio lo aiutava.
Questo racconto che non c’è nei vangeli canonici, viene dalla tradizione.
Anche se è solo una leggenda storicamente discutibile, essa rivela una verità più profonda del puro dato di cronaca.

 

Ogni generazione ha i suoi segni e Giuseppe obbediva a ordini precisi, mentre a Nazareth la gente dormiva, mangiava e beveva, celebrava matrimoni e funerali, come nei giorni di Noè.
Quel legno di cui i soldati romani si servivano per dare la morte, un giorno sarebbe diventato un’arca che salverà molti dal diluvio della morte eterna.

 

Isaia è vissuto in tempi difficili anche quando tutto appariva tranquillo.
Andrà tutto bene – dicevano i profeti di corte, Gerusalemme è al sicuro.
Ma i suoi occhi vedevano soldati assiri ed egiziani, babilonesi e persiani armati con lance e scudi.
E quando i profeti del re gridavano disperati che non c’è più speranza, Isaia figlio di Amoz diceva No! Voi continuate a non vedere.
Anche quando tutto il mondo va da una parte, i profeti, come il padre Abramo, vanno in direzione opposta.  
Dove tutti vedono macerie e morte, Isaia vede Sion avvolta di luce.
Dove tutti vedono soldati che uccidono, Isaia vede soldati che smettono di esercitarsi nell'arte della guerra e trasformano le lance in falci, gli scudi in aratri.

 

Tra profeti che illudono e profeti che terrorizzano, Isaia, figlio di Amoz, restituisce speranza, con la forza e la luce di una Parola che non è sua.

 

Colui che è la Parola e si è fatto carne (Gv 1,14) viene nell'ora che non immaginiamo senza alzare la voce, senza attirare l'attenzione.
Egli che ha posto la sua dimora in mezzo a noi attraversa i campi dove gli uomini lavorano, entra nei mulini dove le donne macinano e porta una salvezza che viene col passo leggero di un ladro nella notte.

 

Noè completò l'arca per garantire un futuro all'umanità.

 

Il profeta Isaia con le parole della sua visione riaccese la speranza per un piccolo resto.

 

Giuseppe aiutato dal figlio costruiva una croce.

 

Il popolo attendeva un Messia con gli occhi fissi al cielo, mentre Lui era già in mezzo a loro, segno visibile e invisibile nello stesso tempo.

 

Il tempo di Avvento inizia dalla fine, come l’alba è preceduta dall’ora più buia della notte.

 

Era ancora buio quando Maria Maddalena, all’alba del primo giorno della settimana, si recò al sepolcro e lo trovò aperto e vuoto.
Pensò che un ladro fosse venuto di notte e le avesse portato via tutto ciò che aveva.

 

Ma il ladro che aveva scassinato il sepolcro era Colui che lei cercava e amava e lo riconobbe quando sentì che la chiamava per nome, Maria! (Gv 20,1-2.11-16).

 

Trent’anni prima un angelo entrò nella casa di una sconosciuta ragazza di Nazareth, un villaggio altrettanto sconosciuto della Galilea.
La vergine si chiamava Maria e l’angelo Gabriele, come un ladro le rubò i suoi sogni di adolescente, ma in cambio le affidò il più reale dei sogni: il Figlio dell’Altissimo prese dimora nel suo grembo.

 

Egli sarà grande – così aveva detto l’angelo – ma non come i grandi della terra e, a differenza dei regni di questo mondo, il suo regno non avrà mai fine (Lc 1,26-38).

 


Non c’è nascita e quindi speranza in cui l’uomo e Dio non siano coinvolti insieme. Dio non può farcela da solo: per realizzare il suo sogno Egli deve poter entrare nei sogni dell’uomo e l’uomo deve poter sognare i sogni di Dio.
(Abraham Joshua Heschel)