L’ULTIMO DIALOGO DI GESÙ
23/11/2025, NOSTRO SIGNORE CRISTO RE DELL’UNIVERSO (C)
(2Sam 5,1-3; Sl 122/121; Col 1,12-20; Lc 23, 35-43)
Tu pascerai il mio popolo Israele, tu sarai capo d’Israele (2Sam 5,2)
L’ultimo dialogo di Gesù con un essere umano pochi istanti prima di morire fu con un delinquente crocefisso alla sua destra.
Dall’altra parte, sulla sinistra, l’altro delinquente imprecava e chiedeva di essere salvato.
I due malfattori, la cui vicenda è raccontata in pochi versetti alla fine dell’evangelo di Luca (e, spesso, alla fine delle mie omelie), sono tra gli attori principali (accanto a Gesù, ovviamente) nell’ultima domenica dell’anno liturgico che celebra Cristo Re dell’universo.
Noi conosciamo i loro nomi (che l’evangelo non riporta) grazie alla tradizione che chiama Gesta il ladro cattivo, mentre Disma è il nome di quello buono.
È assai improbabile che Gesta e Disma sapessero qualcosa dell’uomo che quel giorno fu crocefisso con loro ma, in ogni caso, coscienti o meno, furono costretti a misurarsi con lui perché Gesù, che stava tra loro come una linea di confine, fu l’ultimo con cui parlarono prima di morire.
Coscienti o meno, anche per loro il Golgota fu un crocevia sulla dissestata strada della loro esistenza.
Poco prima che entrassero in scena Gesù aveva supplicato il Padre di perdonare i suoi crocifissori perché – disse – non sanno quello che fanno (Lc 23,34).
Non sappiamo se Gesta e Disma riuscirono a sentire quelle parole.
Sappiamo solo che Gesta si rivolse a Gesù insultandolo e pretendendo di essere salvato: Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e anche noi!
La sua invocazione, per quanto irriverente, è anche una professione di fede, per quanto inconsapevole perché Gesù è il Cristo, il re dei Giudei e il salvatore del mondo.
Ma non come pensa Gesta e molti di quelli che stanno sotto la croce.
Se rimane appeso alla croce non è per debolezza o impotenza, ma perché ha il potere e la forza di salvare l’umanità intera.
Gesta compreso.
Il mondo vuole essere salvato dai vincenti, mentre Gesù percorre una via diametralmente opposta: Egli salva la vita entrando dentro l’abisso della morte per affrontare colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo e liberare così quelli che per timore della morte erano soggetti a schiavitù per tutta la vita (Eb 2,14-15).
Consegnando la sua vita nelle mani del Padre Gesù sconfisse il diavolo.
E il diavolo sul Golgota si giocò il tutto per tutto mettendo in bocca a Gesta quelle parole. Con l’intelligenza diabolica di cui era dotato, sapeva che – come dice Paolo ai cristiani di Colossi – per la sua obbedienza il Padre ci avrebbe liberati dal potere delle tenebre per trasferirci nel regno del Figlio del suo amore, per mezzo del quale abbiamo la redenzione, il perdono dei peccati.
Gesta era solo un povero diavolo e meritava di essere perdonato perché non sapeva ciò che diceva.
Invece il delinquente crocefisso alla destra di Gesù, Disma, quando intervenne lo fece per difendere colui che non ha fatto nulla di male.
Quell’uomo veramente giusto (Lc 23,47), che non scendeva dalla croce, che perdonava invece di condannare aveva aperto una breccia nel suo cuore.
Come il pubblicano in fondo al tempio con gli occhi bassi prese coscienza della sua condizione di peccatore e di non meritare nulla (Lc 18,13-14).
E per questa umiltà, lui che era vissuto nella disonestà, quel giorno tornò a casa sua, nella sua vera casa, giustificato, reso giusto dalla misericordia divina.
Non conosciamo il motivo della sua condanna, quali crimini avesse commesso, quanto sangue avesse sparso e quanta sofferenza avesse procurato.
Eppure quell’uomo veramente giusto crocefisso accanto a lui l’aveva perdonato e aveva sigillato il perdono con una promessa solenne: In verità, io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso.
Disma si arrese alla misericordia di Dio e consegnò la sua vita nelle mani di Gesù.
Così in quell’ora tutto fu compiuto (Gv 19,30) e Gesù, dopo avere consegnato la sua vita nelle mani del Padre, spirò (Lc 23,46).
In quel pomeriggio, vigilia della festa di Pasqua, nessuno dei discepoli era sul Golgota. Tutti avevano abbandonato Gesù ed erano fuggiti (Mc 14,50).
Erano rimaste le donne che stavano a guardare da lontano (Lc 23,49).
Eppure, in quel crocevia della storia umana, per un misterioso disegno di Dio, due delinquenti che, per essere sinceri, non avevano molte alternative, non passarono oltre, come il sacerdote e il levita della parabola, e si fecero prossimi a Gesù (Lc 10,29-37).
Anche Gesù non passò oltre quando li vide mezzi morti accanto a sé.
Ne ebbe compassione, fasciò le loro ferite versandovi l’olio e il vino della sua parola per restituire la vita a tutti e due.
A entrambi o solo a quello buono?
Come dicevo l’evangelo di Luca non rivela i nomi dei due uomini crocefissi accanto a Gesù e non precisa quale dei due fosse a destra e quale a sinistra.
La tradizione riempie le lacune rivelando i loro nomi e collocando Disma il buono, a destra, e Gesta il cattivo a sinistra.
Ma, destra e sinistra, sono categorie relative che dipendono dal punto di osservazione.
Ciò che noi vediamo a destra per Gesù è a sinistra e ciò che per noi è a sinistra per Gesù è a destra.
Si potrebbe dire che l’imprecisione evangelica rivela un’estrema precisione.
Gesta e Disma, il buono e il cattivo, imprecazione e invocazione, stanno dentro il cuore di ogni discepolo di Gesù.
Gesta e Disma siamo noi.
E Gesù che è il Re, continua ininterrottamente a chiedere al Padre di perdonare i suoi figli perché non sanno quello che fanno.
Perché, come Gesta e Disma, anche noi troppo spesso non sappiamo quello che facciamo.
Il Salvatore in Croce non è semplicemente un Cristo morto, è il Kyrios, il Signore della propria morte e della propria vita. Egli non ha subito alcuna alterazione dal fatto della passione: resta il Verbo, la Vita eterna che si consegna alla morte e la vince. Quando tu fosti crocifisso, o Cristo, a questo spettacolo la creazione intera fremette di orrore e i fondamenti della terra tremarono davanti alla tua potenza.
(Pavel N. Evdokimov)
