IL LETTORE CHE IN SINAGOGA
16/11/2025, XXXIII PER ANNUM C      
(Mal 3,19-20a; Sl 98/97; 2Ts 3,7-12; Lc 21,5-19)

 

Per voi, che avete timore del mio nome, sorgerà con raggi benefici il sole di giustizia (Ml 3,20a)

 

Il lettore che in sinagoga legge il rotolo del profeta Malachia ripete il penultimo versetto che parla di Elia. (Ml 3,23) dopo avere proclamato l’ultimo versetto del libro che termina con la parola sterminio (Ml 3,24).
Con questo piccolo stratagemma si vuole evitare di terminare la preghiera con una parola disperata come sterminio e invitare alla speranza per la presenza del profeta di Elia.

 

Di Malachia, l’ultimo profeta biblico, non si dice né paternità, né provenienza; è un uomo senza nome e senza storia, senza terra e senza discendenza ma con una precisa vocazione incisa nel suo nome. Egli è l’angelo del Signore, il suo messaggero (questo significa Malachia) inviato a Gerusalemme, dove i sacerdoti soffocano la fede del popolo invece di alimentarla e accusano Dio invece di invocarlo perché - dicono - non mantiene le sue promesse.
Il piccolo libro dell’ultimo profeta biblico raccoglie gli atti di questo processo nel quale il Signore non si difese con lunghi discorsi ma con tre parole: Io vi ho amati (Ml 1,2) e con l’annuncio dell’arrivo di un giorno grande e terribile preceduto dal ritorno del profeta Elia.

 

Il giorno grande e terribile del Signore giunse cinquecento anni dopo quando Giovanni iniziò a predicare nel deserto di Giuda (Lc 3,3). Egli è il messaggero annunciato da Malachia, il profeta che avrebbe camminato innanzi al Signore con lo spirito e la potenza di Elia (Lc 1,17).
Ma Erode spense la voce che annunciava il giorno grande e terribile del Signore quando, per il capriccio di una ragazzina e di sua madre, lo fece decapitare (Mc 6,17-29).
Almeno egli credeva di averla spenta, perché non sapeva che ciò che Dio mette in bocca al profeta è la Parola che non passa.

 

Gesù raccolse il testimone di Giovanni e annunciò ai discepoli giorni grandi e terribili.
Non annunciava la fine dei tempi, ma un tempo che iniziava con lui, un oggi che portava a compimento la Scrittura (Lc 4,21).
Guerre, rivoluzioni e carestie, pestilenze, fatti terrificanti e segni grandiosi nel cielo scandiscono da sempre la storia dell’umanità.
Non c’è niente di nuovo sotto il sole, com’è scritto nel libro di Qohelet (Qo 1,9).
Gesù è la novità da accogliere, la roccia su cui appoggiarsi in un mondo bello e fragile.
Le pietre del tempio sarebbero state distrutte, il cielo e la terra sarebbero passati.
Solo le Sue parole non passeranno mai (Lc 21,33).

 

All’interno del piccolo tempio ricostruito dopo l’esilio, i sacerdoti e i capi del popolo invece di temere il nome del Signore, pensavano a glorificare il proprio. Invece di offrire a Dio la parte migliore, gli offrivano animali rubati, zoppi, malati (Ml 1,13-14).

 

Malachia non esitava a usare parole volgari quando si trattava di denunciare sacerdoti che dentro il Luogo Santo di Dio distribuivano benedizioni ai furbi e ai disonesti.
Ecco – dice il Signore – io spezzerò il vostro braccio e spanderò sulla vostra faccia escrementi, gli escrementi delle vittime immolate nelle vostre feste solenni perché siate spazzati via insieme con essi (Ml 2,2-9).

 

Questo culto malato d’ipocrisia e avidità sarà sostituito dalla preghiera di uomini e donne che dall’oriente all’occidente offriranno a Dio un’oblazione pura e riconosceranno la grandezza del Suo Nome tra le nazioni.
Il sole di giustizia brucerà come paglia l’inconsistenza dei superbi, ma i suoi raggi benefici illumineranno e riscalderanno con tenerezza la vita di chi è rimasto fedele al nome del Signore.
All’inizio di una notte lunga e oscura Malachia, messaggero del Signore, annunciò l’alba di un giorno nuovo.

 

Cinquecento anni dopo un angelo fu mandato da Dio nella casa di una sconosciuta ragazza di Nazareth (Lc 1,26).
Così ebbe inizio il giorno grande e terribile del Signore.
Il sì di Maria rese possibile l’impossibile.
Per nove mesi il suo corpo fu il tempio che custodì la vita del Figlio di Dio, e per tutta la vita lei custodì le parole del Figlio, anche quando non le comprendeva (Lc 2,51).
La fede dei piccoli e degli umili è il tempio che non crolla sotto i colpi delle persecuzioni e delle rivoluzioni, né per gli scandali dei suoi sacerdoti.

 

Crollarono, invece, i sogni di gloria dei discepoli la notte in cui Gesù fu arrestato.
Pietro, più per orgoglio che per amore, seguì il Signore da lontano dentro il cortile della casa del sommo sacerdote (Lc 22,33).
Non fu arrestato, né interrogato da re o governatori, ma fu sufficiente la curiosità di alcuni servi per far crollare la roccia del primo degli apostoli.
Quando il gallo cantò e il Signore, voltandosi, fissò lo sguardo su di lui, Pietro si ricordò della parola che il Signore gli aveva detto. Allora uscì fuori e pianse amaramente (Lc 22,61-62).
Quella notte era troppo confuso per comprendere che con il suo canto il gallo annunciava l’alba di un giorno nuovo.

 

Tre giorni dopo, all’alba del primo giorno della settimana, Maria di Magdala si recò al sepolcro, quand’era ancora buio e vide che il sepolcro era aperto e il corpo di Gesù era sparito.

 

Era ancora buio, ma più tardi, quando tornò in quel luogo a cercare il Signore e si sentì chiamata per nome, lei, come aveva annunciato Malachia cinque secoli prima, vide sorgere con i suoi raggi benefici il sole di giustizia che illuminò la sua vita e quel giardino che sembrava destinato a custodire solo la morte (Gv 20,1-2.11-18).

 


Il mistero della risurrezione non è un lieto fine, che cancella e annulla il mistero della croce. Quando proclamiamo il messaggio della risurrezione “non dobbiamo far tacere il grido del Crocifisso” (J.B. Metz), altrimenti, anziché una teologia della risurrezione noi proponiamo un superficiale “mito della vittoria”.
(Tomáš Halík, La notte del confessore)