NELL’ANNO TRECENTOTREDICI
9 novembre 2025, DEDICAZIONE DELLA BASILICA LATERANENSE
(Ez 47,1-2.8-9.12; Sl 46/45; 1Cor 3,9c-11.16-17; Gv 2,13-22)
Non fate della casa del Padre mio un mercato (Gv 2,14)
Nell’anno 313, con un editto, Costantino riconobbe ai cristiani libertà di culto.
Tornato a Roma, donò a Papa Melchiade i terreni per costruire sul colle del Celio una domus ecclesia, una chiesa. La Basilica, consacrata nel 324 (o nel 318) da Papa Silvestro I, fu la prima delle quattro basiliche papali e la più antica e importante basilica d'Occidente, e divenne, così, la madre e di tutte le chiese della città e del mondo.
Mentre a Roma si costruiva la prima delle quattro basiliche papali e la più antica e importante basilica d'Occidente, a Gerusalemme del Tempio rimaneva in piedi solo il muro occidentale.
Duecentocinquant’anni prima (anno più anno meno), nel 70, l’imperatore Tito aveva conquistato Gerusalemme, l’aveva saccheggiata e rasa al suolo.
Non si fermò nemmeno davanti al Luogo più Santo della Città Santa, la Dimora di Dio in mezzo al suo popolo.
La distruzione del secondo Tempio fu un dramma che noi non riusciamo a immaginare.
Possiamo farcene un’idea da questi versetti di un testo apocrifo dell’Antico Testamento, l’Apocalisse di Baruc: Perché seminare, perché chiedere a Dio la pioggia? Perché sposarsi e mettere al mondo dei figli? A cosa serve tutto questo se non c’è più il Tempio? Il centro dell’universo è scomparso e tutto il mondo ha perso il suo significato.
Senza il Tempio – insegnavano i maestri – il mondo perde il suo equilibrio, perché questa è la sua funzione principale.
Quarant’anni prima che Tito con il suo esercito distruggesse Gerusalemme e il Tempio, Gesù vi era salito per la festa di Pasqua e nel cortile della casa del Padre suo, con una frusta di cordicelle intrecciate, aveva scacciato mercanti e animali, aveva rovesciato i banchi dei cambiavalute e sparpagliato le loro monete.
Non fate della casa del Padre mio un luogo di mercato.
Per Gesù il Tempio è la casa del Padre suo, Luogo d’incontro tra l’umano e il Divino, un angolo di cielo sulla terra.
Dio non ha bisogno di una casa, perché il cielo è il suo trono, la terra lo sgabello dei suoi piedi (Is 66,1), ma per noi è necessario avere un Luogo che spezzi il flusso ininterrotto del tempo e crei uno spazio d’intimità, come la casa paterna.
Varcare la soglia di una chiesa significa uscire dal tempo e dallo spazio e immergersi in un grande fiume, le cui acque, tranquille e benefiche, nutrono, purificano e guariscono.
Così Ezechiele vide il Tempio che non c’era più.
Quattordici anni dopo la distruzione di Gerusalemme, mentre era in esilio a Babilonia, la mano del Signore fu sopra Ezechiele e in visione lo portò a Gerusalemme. Là un uomo gli mostrò ogni angolo del Tempio (Ez 40,1-5) . Quando giunsero all’ingresso Ezechiele vide che dalla soglia del Tempio usciva acqua verso oriente.
La piccola sorgente divenne un fiume navigabile e il fiume sfociando nel mare ne risanava le acque salate.
Sulle rive del fiume crescevano alberi di ogni specie che fruttificavano ogni mese.
I loro frutti erano un cibo e le foglie una medicina.
La Vita che sgorga dalla Dimora di Dio fa ritrovare al mondo il suo equilibrio perché, come Ezechiele scrive alla fine del suo libro, Là è il Signore (Ez 48,35).
Sono le ultime parole del profeta Ezechiele.
Là è il Signore e quella è la casa del Padre mio, disse Gesù, seicento anni dopo.
Tre anni dopo aver cacciato i mercanti dal Tempio con una frusta, Gesù fu frustato dai soldati di Pilato prima di essere crocefisso (Gv 19,1).
Era la vigilia della festa di Pasqua.
Quando tutto fu compiuto, uno dei soldati con una lancia gli colpì il fianco e subito ne uscì sangue e acqua (Gv 19,30-34).
Una sorgente di acqua viva che esce dal Tempio del suo corpo, come nella visione di Ezechiele.
Distruggete questo Tempio – aveva detto Gesù – e in tre giorni, lo farò risorgere.
Nel 70 Tito saccheggiò Gerusalemme e distrusse il Tempio.
In quei giorni i figli di Israele pensavano che il mondo fosse finito ma le parole che Ezechiele aveva scritto sei secoli prima riaccesero la speranza.
Ovunque ci siano uomini e donne che lo invochino Là è il Signore.
Quando l’imperatore Tito entrò nel Santo dei Santi, si meravigliò di trovarlo vuoto.
Ma il Luogo non era vuoto, erano i suoi occhi incapaci di vedere.
Trafugò il candelabro d’oro e tutti gli arredi sacri, come bottino di guerra.
Era un mercante e l’unica legge che comprendeva era quella dei mercanti.
Rubò delle cose che contano nulla, perché ciò che dura in eterno non può essere rubato (Mt 6,19-21).
Quando entriamo in una chiesa, che sia ricca d’arte e storia come la Basilica Lateranense o senza alcun valore come una capanna in mezzo alla foresta, usciamo dal tempo e dallo spazio.
Può accadere, allora, che il silenzio o un canto, una parola della scrittura o una preghiera della liturgia, o quel un piccolo pezzo di pane che riceviamo, facciano scendere le lacrime dagli occhi.
È la sorgente di acqua viva che continua a sgorgare dal Tempio aperto del cuore di Gesù, un fiume che nutre e purifica, guarisce e salva.
Qua c’è il Signore, com’è scritto nel libro del profeta Ezechiele, perciò non temiamo se trema la terra, se vacillano i monti nel fondo del mare (Sl 46,3).
Quando il tuo cuore si avvicina a Dio mediante la preghiera, tu cominci a gustare il sapore divino... Sentirai allora il fuoco di Dio ardere in te, ora per un purificarti, ora per consolarti e rallegrarti, ora per suscitare in te un desiderio ardente del regno, ora per spingerti all'azione e al dono di te stesso.
Matta El Meskin
