GESÙ FIGLIO DI SIRACH SI CONSIDERAVA
26/10/2025, XXX PER ANNUM C
(Sir 35,15b-17.20-22a; Sl 34/33; 2Tm 4,6-8.16-18; Lc 18,9-14)
La preghiera del povero attraversa le nubi né si quieta finché non sia arrivata... (Sir 35,21)
Gesù figlio di Sirach, che si considerava un modesto canale uscito dal grande fiume della tradizione per irrigare un piccolo giardino, con sorpresa dovette riconoscere che il canale era diventato un fiume e il fiume, un mare (Sir 24,30-31) E anche se diceva di essere come uno che racimolava dietro i vendemmiatori, il Signore gli aveva concesso un raccolto abbondante, come un contadino che ha riempito il suo tino (Sir 33,16-17).
Le prime parole della sua preghiera mattutina erano: Signore Dio, abbi pietà di me!
Aveva compreso che la preghiera non nasce dall’intelligenza, né dalla buona volontà, ma è un dono che il Signore concede a chi è umile (Sir 39,5-6).
Per questo chiedeva perdono al Signore e lo implorava di liberarlo dall’arroganza degli occhi (Sir 23,4) che è orgoglio, mancanza di pudore e assenza di quel timore di Dio che è il vero principio della sapienza (Sir 1,14).
E la sua preghiera fu esaudita perché il Signore ascolta le suppliche di chi si rivolge a Lui con umiltà.
Quando Gesù raccontò la parabola del fariseo e del pubblicano non intendeva contrapporre due categorie sociali, ma aiutare il discepolo a comprendere che il confine tra lo spirito del fariseo e quello del pubblicano non è fuori dell’uomo, ma passa dentro il suo cuore (Mc 7,21-23).
Il fariseo era un uomo sincero e non diceva il falso, ma era così pieno di sé da stare davanti a Dio come se volesse sfidarlo.
Si serviva del prossimo per mettere in risalto se stesso e usava Dio come uno specchio.
Dritto, in piedi, davanti al Signore s’illudeva di dialogare con Lui, ma in realtà continuava a parlare con sé e a parlare di sé.
La sua preghiera (ammesso che si possa chiamare preghiera) è un monologo irritante come tutti i discorsi di chi non fa che lodare se stesso.
È un uomo tutto d’un pezzo come gli idoli che hanno bocca e non parlano, hanno occhi e non vedono (Sl 115,4-7) e un cuore di pietra che non batte.
Obbediva a tutti i comandamenti e ne aggiungeva altri, come lo stolto della parabola che accumula meriti per sé e non si arricchisce davanti a Dio (Lc 12,20-21).
Anche Gesù figlio di Sirach pregava diritto, in piedi, davanti a Dio, ma con umiltà e, pur essendo un maestro, si abbandonava a Lui con la fiducia incondizionata del bambino.
A differenza di Giobbe non osava interrogare il Santo Benedetto per non perdere il timore del Signore. Diceva che nessuna creatura ha il diritto di mettere in discussione il suo Creatore, anche quando qualcosa s’inceppa nell’opera meravigliosa della creazione.
La preghiera dell’umile attraversa le nubi e non si ferma finché non sia arrivata, perché sgorga dal cuore di chi s’inchina davanti al Mistero e si affida completamente alla volontà dell’Altissimo anche quando sembra che il Signore tradisca la fiducia del povero e non ascolti la preghiera dei suoi figli.
Gesù, figlio di Sirach, supera il dramma di Giobbe con un atto di abbandono totale, con una fiducia incondizionata.
L’ingiustizia che si abbatte sul giusto, la violenza che si scatena sul povero, è un tempo di prova e una purificazione (Sir 2,2-5).
Chi crede in Dio alla fine sarà vittorioso, ma deve rinunciare a indagare troppo sui misteriosi disegni dell’Onnipotente e accettare ciò che è alla sua portata.
Il pubblicano, senza averne l’intenzione, con la sua preghiera si fece maestro di chi presumeva di esserlo.
Non elencò le sue colpe davanti a Dio, ma riconobbe la sua condizione di peccatore e chiese a Dio di perdonarlo.
Abbassando gli occhi, innalzò il cuore e lo aprì alla misericordia.
Si sedette in fondo, all’ultimo posto, e il Signore gli andò incontro e lo invitò a passare più avanti, mentre chi pensava di avere il diritto di sedersi al primo posto dovette con vergogna occupare l’ultimo (Lc 14,8-10).
Senza moltiplicare le parole, il pubblicano si batteva il petto come se bussasse alla porta di Dio e il Signore venne ad aprire perché, come dice Isacco di Ninive, chi si fa vile ai suoi occhi, vedrà in sé la Gloria di Dio.
Quando Gesù fu crocefisso c’erano due pubblicani accanto a lui, uno a destra e l’altro a sinistra (Lc 23,39-43).
Entrambi, a modo loro, sulla cima di quel piccolo colle rivolsero al Signore la loro preghiera, come se fossero al tempio.
Uno dei due si comportò esattamente come il fariseo della parabola e, stando in piedi, se così si può dire, parlò a Gesù con arroganza, pretendendo di essere salvato (Lc 23,39).
Possiamo sperare che il Signore abbia avuto misericordia di lui perché, come spesso accade a noi, non sapeva né ciò che faceva né ciò che diceva (Lc 23,34).
L’altro invece, come il pubblicano, gli parlò sottovoce, senza alzare gli occhi al cielo e, se non avesse avuto le mani inchiodate, si sarebbe battuto il petto.
Riconobbe di avere condotto una vita dissipata e non pretese nulla se non la grazia di un ricordo.
Ma, come aveva scritto l’altro Gesù, il figlio di Sirach, la preghiera del povero attraversa le nubi, né si quieta finché non sia arrivata.
Così le sue ultime parole raggiunsero il cuore di Gesù che riservò per lui le sue ultime parole a un essere umano prima di morire.
Una promessa solenne, carica di speranza: In verità ti dico: oggi sarai con me in paradiso.
A chi conosce se stesso, è data la conoscenza di tutte le cose. Perché il conoscere se stesso è pienezza della conoscenza di tutte le cose, e se la tua anima si sottomette, tutto si sottometterà a te. Quando l’umiltà regnerà nella tua condotta, la tua anima si sottometterà a te e, con essa, tutto sarà sottomesso a te, perché nasce nel tuo cuore la pace di Dio. Finché sarai estraneo all’umiltà, sarai continuamente perseguitato non solo dalle passioni, ma anche dagli eventi. Davvero, o Signore, se noi non ci umiliamo, sei tu che non cessi di umiliarci. La vera umiltà è frutto della conoscenza, e la vera conoscenza è frutto delle tentazioni.
(Isacco di Ninive)
