QUANDO GLI ISRAELITI GIUNSERO
19/10/2025, XXIX PER ANNUM C
(Es 17,8-13; Sl 121/120; 2Tm 3,14 - 4,2; Lc 18,1-8)
Quando Mosè alzava le mani, Israele prevaleva…(Es 17,11)
Quando gli Israeliti giunsero al Mar Rosso e si trovarono con il mare davanti e i carri del faraone dietro si sentirono perduti e Mosè, non sapendo cosa fare, si lamentò con il Signore che gli rispose: Perché continui a gridare verso di me? Ordina agli Israeliti di riprendere il cammino (Es 14,15).
Ecco quello che c’era da fare: alzare gli occhi verso i monti e riprendere il cammino, guardare in alto invece che rimanere ripiegati su di sé e continuare a lamentarsi.
La fede apre strade là dove non si vedono vie d’uscita.
Tre mesi dopo avere attraversato il Mar Rosso, ai figli di Israele sembrò che anche contro Amalèk non ci fosse via d’uscita. Come affrontare con diecimila uomini un esercito che ti viene incontro con ventimila? Avversari, tra l’altro, che non avevano alcuna intenzione di sedersi a un tavolo per trattare la pace (Lc 14,31-32).
Ma quel giorno le sorti della battaglia si decisero sulla cima di un piccolo colle e non con le armi: Mosè, da lassù, con il bastone in mano e le braccia alzate verso il cielo, spostava gli equilibri di uno scontro che il popolo con le sue sole forze non avrebbe mai potuto vincere.
Nemmeno la vedova poteva vincere la sua battaglia contro il giudice prepotente della sua città. Eppure, anche lei, come Mosè sulla cima del colle, con la sua ostinata perseveranza, vinse la sua battaglia e si fece portavoce di tutti quelli che non hanno voce e devono affrontare nemici più potenti.
Dio è diverso dai giudici che non lo temono e non hanno riguardo per alcuno.
Egli agisce con giustizia e con diritto verso tutti gli oppressi. È buono e pietoso, lento all’ira e grande nell’amore (Sl 103,6.8).
Eppure a volte sembra indifferente alle preghiere dei piccoli e degli umili, alla voce di chi non chiede favori ma giustizia?
La parola giustizia ritorna quattro volte nella parabola, come se i silenzi di Dio non mettessero in discussione la sua esistenza ma il suo senso di giustizia e la fede del giusto che bussa a porte che non si aprono, che cerca e non trova, che chiede e non ottiene (Lc 11,9).
In ogni caso, come la vedova, il discepolo è chiamato bussare ostinatamente alla porta di Dio e a non stancarsi di chiedergli fino a quando continuerà a dimenticarci e a nasconderci il suo volto, fino a quando lascerà che su di noi prevalga il nemico (Sl 13,2-3).
Come il sarto che dopo la festa di Yom Kippur fu interrogato dal rabbino del suo villaggio. Di cosa hai chiesto perdono al Santo Benedetto nel Giorno dell’Espiazione?
Il sarto ripose: Ho chiesto a Dio di perdonarmi perché avevo preso della stoffa dalla bottega del mio padrone. E anche del filo. Ma gli ho detto anche: Con tutto il rispetto, Signore, con tutto il rispetto, anche tu a volte prendi i figli alle madri e le madri ai figli.
Il rabbino gli disse: Ben fatto, dovevi insistere, tenerlo sulla corda e ricordargli tutte le cose che non funzionano in questo mondo.
Ci sono tanti modi di tenere Dio sulla corda per costringerlo ad abbassare gli occhi verso la terra, dove uomini e donne sfiniti non hanno più la forza di alzare gli occhi al cielo.
Mosè, per esempio, si servì di una pietra e delle mani di Aronne e Cur per resistere fino al tramonto del sole con le braccia alzate.
Non furono le armi, né l’abilità tattica del giovane Giosuè che fecero vincere Israele, ma la fede di Mosè che con ogni mezzo ha lottato con Dio e ha vinto, come Giacobbe al guado dello Iabbok (Gen 32,25).
Ma la promessa che Dio risponda prontamente ai suoi eletti che gridano giorno e notte verso di Lui, sembra prontamente smentita dalla storia e dalla voce dei malvagi che disprezzano il Signore e dicono che tanto Dio non esiste… (Sl 10,4/9,25).
Gesù aveva iniziato la vita pubblica annunciando che il regno di Dio è vicino (Mc 1,14).
La vicinanza del Figlio che si è fatto carne e ha posto la sua dimora in mezzo a noi (Gv 1,14) è la risposta pronta di Dio ai suoi eletti.
Una risposta paradossale che trova la vittoria nella sconfitta, la vita nella morte.
Quando Gesù fu crocefisso sulla cima del Golgota, la gente gli gridava di scendere dalla croce se era veramente il Cristo di Dio, l’eletto.
Gli avrebbero creduto se l’avesse fatto (Lc 23,35).
Ma, come il Padre gli aveva chiesto, egli rimase ritto sulla cima del colle con le braccia alzate, come Mosè, per sostenere uomini e donne che ogni giorno combattono la più dura delle battaglie, spesso senza accorgersene.
La croce di Gesù è la risposta paradossale di Dio alla preghiera dei suoi figli che giorno e notte gridano a lui.
Non la soluzione al problema del male, dell’ingiustizia e della morte, ma la condivisione di tutto questo con i suoi eletti.
Così le mani di Gesù rimasero ferme fino al tramonto.
Per chi non crede è il gesto di chi si arrende.
Per chi crede, invece, è il gesto di chi taglia il traguardo da vincitore.
Mediante la morte Gesù ridusse all’impotenza colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo (Eb 2,14).
Il centurione che stava sotto la croce, un uomo d’armi abituato a usare la spada più che la preghiera, comprese la strategia divina nel momento in cui Gesù spirò e si sentì disarmato di fronte a quell’uomo veramente giusto (Lc 23,47).
Sì, il Figlio dell’uomo troverà ancora fede sulla terra quando verrà, perché vedrà uomini e donne che, come il centurione, si ostinano a volgere lo sguardo a colui che hanno trafitto (Gv 19,37) e a confessare che Gesù è la risposta di Dio ai suoi eletti che gridano giorno e notte verso di lui.
La preghiera di un uomo ancora vivo per un condannato arriva veramente a Dio. Ma che ne sarà di colui che non ha nessuno che preghi per lui? Perciò, quando preghi, prima di coricarti, aggiungi sul finire: Signore Gesù , abbi pietà di tutti coloro che non hanno nessuno che preghi per loro (…). Ugualmente, per tutti i peccatori ancora in vita: Signore, con i mezzi che tu conosci, salva tutti gli impenitenti.
(Dostoevskij, L’adolescente)
