DURANTE UN PELLEGRINAGGIO
14 settembre 2025, Esaltazione della Santa Croce
(Num 21,4b-9; Sl 78/77; Fil 2,6-11; Gv 3,13-17)

 

Mosè allora fece un serpente di bronzo e lo mise sopra l’asta; quando un serpente aveva morso qualcuno, se questi guardava il serpente di bronzo, restava in vita (Nm 21,9)

 

Durante un pellegrinaggio a Gerusalemme nel 327 l’ottantenne imperatrice Elena, madre dell’imperatore Costantino, trovò la croce di Gesù.
Così Sant’Ambrogio, tra storia e leggenda, ci racconta come avvenne la scoperta.

 

Elena si recò sul Golgota e i soldati videro quella vecchia donna, ottantenne, aggirarsi e inginocchiarsi tra le macerie. In lacrime diceva: Ecco il luogo della battaglia: dov’è la vittoria? Io sono sul trono e la croce del Signore nella polvere? Chiese allora ai soldati che l’accompagnavano che scavassero tra le pietre della collina. Qualche giorno dopo essi trovarono un pezzo di legno coperto di terra. Era il ‘titolum’ che Pilato aveva fatto appendere alla croce di Gesù con il motivo della condanna a morte: Gesù Nazareno re dei Giudei. Mentre Elena, in lacrime, baciava il cartello, i soldati estrassero tre croci.
La gioia del momento fu turbata dalla considerazione che non era possibile distinguere la croce di Gesù dalle altre due. Allora Macario, vescovo di Gerusalemme, fece portare le tre croci a casa di una moribonda, pronunciando questa preghiera: Signore, tu che concedesti la salute al genere umano per la morte di croce del Figlio Tuo Unigenito, fa’ che questa donna malata, al tocco del legno salutare, sorga subito dalla morte alla vita.
E, dopo aver toccato la donna con la prima e la seconda croce senza risultato alcuno, al tocco della terza croce la moribonda guarì all’istante. 
Elena fece tre parti della Croce di Gesù: ne lasciò una a Gerusalemme, una seconda fu spedita a Costantinopoli per il figlio, e portò la terza con sé a Roma, con una parte del titolum, uno o due chiodi della crocifissione, qualche spina della corona e alcuni sacchi di terra del Calvario. Le reliquie furono collocate nella Basilica che aveva fatto costruire e che oggi si chiama Basilica di S. Croce in Gerusalemme.

 

Trecento anni dopo, nel 614, Cosroe II, re di Persia, conquistò Gerusalemme e pretese che gli fosse consegnata anche la croce di Gesù, come bottino di guerra.

 

Quattordici anni dopo, nel 628, l’imperatore Eraclio I sconfisse i persiani, recuperò la croce e la riportò trionfalmente a Gerusalemme e, per ricordare quella vittoria, fu istituita la festa dell’Esaltazione della Santa Croce.

 

Da sempre la croce di Gesù è un crocevia dove s’incontrano e scontrano vita e morte, lacrime e sangue, guerre e pellegrinaggi.
Alla croce ci si può stringere con amore per avere la vita, o si può impugnare come una spada, per togliere la vita.

 

Tre storie sono raccontate in questo giorno di festa.
La storia di un popolo attraversa il deserto per cercare la libertà.
La storia di un vecchio attraversa di notte Gerusalemme per cercare la verità.
E la storia di una vecchia imperatrice che, dopo avere attraversato il mare, cerca tra la terra del Golgota il segno dell’Amore di Dio.

 

Il deserto può essere un luogo di purificazione ma, nello stesso tempo, di tentazione.
I figli di Israele, dopo tutto quello che il Signore aveva fatto per loro, mormoravano contro Dio e contro Mosè che li avevano portati a morire nel deserto e pretendevano di tornare indietro verso una terra che garantiva la sopravvivenza ma toglieva la libertà.
Ogni tentazione offre l’illusione della vita, ma finisce per dare la morte, come il morso di un serpente velenoso.
E di serpenti velenosi che avvelenavano il cuore e toglievano la vita si riempì l’accampamento di Israele. Ma il Signore non abbandonò il suo popolo (pur avendone ogni diritto) ma gli offrì l’antidoto: Chi era stato morso rimaneva in vita se alzava gli occhi verso il serpente di bronzo che Mosè aveva collocato sopra un’asta.
La salvezza avviene quando da uno sguardo (molto di moda) ripiegato sul proprio ombelico si passa a uno sguardo (molto trasgressivo) puntato verso l’alto.

 

Milleduecento anni dopo, in un dialogo notturno a Gerusalemme Gesù parlò di questo serpente con Nicodemo che, pur essendo un maestro d’Israele (Gv 3,10), non comprese ciò che il Signore gli stava dicendo.
D’altra parte come poteva capire qualcosa di quel discorso senza cambiare prospettiva, senza alzare gli occhi verso l’alto?
Tre anni dopo, sul Golgota, si tolse di dosso la veste di maestro e, come un bambino, volse lo sguardo a colui che era stato trafitto (Gv 19,37) e sentì di essere salvato.
Quando tutti se ne furono andati, aiutato da Giuseppe d’Arimatea, tolse dalla croce il corpo senza vita di Gesù e, stringendolo tra le braccia, lo sentì pieno di vita (Gv 19,39-40).

 

Solo l’amore può spiegare la croce, come scrive Isacco di Ninive: Io dico che Dio non ha fatto questo (la morte del Figlio) per altro motivo se non per far conoscere al mondo il suo amore; perché noi fossimo fatti prigionieri in questo suo amore (…). La morte del nostro Signore non fu assolutamente per salvarci dai peccati, né per qualcos’altro, ma solo perché il mondo sperimentasse l’amore che Dio ha per la creazione (Centurie IV,78).

 

Un venerdì pomeriggio dell’anno trenta, vigilia della festa di Pasqua, verso l’ora sesta, Gesù di Nazareth fu crocefisso sulla cima del Golgota.
Sotto la croce, Maria e il Discepolo Amato raccolsero le sue ultime parole e il suo ultimo respiro, poi uno dei soldati con un colpo di lancia gli trafisse il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua (Gv 19,25-34), un colpo di Grazia che fece sgorgare la sorgente della vita eterna.

 

Trecento anni dopo la vecchia Elena si recò a Gerusalemme. Non si rassegnava all’idea che la croce di Gesù giacesse abbandonata tra le macerie della città e il suo desiderio fu esaudito.

 

Si potrebbe dire che è solo una leggenda, ma non sono forse le storie che trasmettono la Verità più Vera, quella che dona la vita eterna?
Storie come quella di un serpente di bronzo collocato sopra un’asta.
O come quella di un vecchio maestro che trovò la vera sapienza abbracciando la croce.
O la storia di un’imperatrice ottantenne che piange di gioia stringendo tra le mani quello che per molti (ancora oggi) non era che un pezzo di legno, ma che per lei era il segno dell’amore di Dio per l’umanità.

 


O Cristo, che nel tuo amore sei morto per noi, fammi morire al peccato e spogliami dell’uomo vecchio, affinché, nella novità del pensiero, mi levi davanti a te in ogni tempo, come nel mondo nuovo.
(Isacco di Ninive)