GESÙ FIGLIO DI SIRACH VISSE
31 agosto 2025, XXII per annum C
(Sir 3,17-20.28-29; Sl 68/67; Eb 12,18-19.22-24a; Lc 14,1.7-14)

 

Molti sono gli uomini orgogliosi e superbi, ma ai miti Dio rivela i suoi segreti (Sir 3,19)

 

Gesù, figlio di Sirach visse a Gerusalemme due secoli prima della nascita del figlio del falegname di Nazareth, che portava il suo stesso nome, e il suo libro, il Siracide, è l’unico dell’Antico Testamento di cui conosciamo il nome dell’autore.

 

A differenza del figlio di Sirach, che viaggiò molto (Sir 34,12-13), che aprì una scuola per trasmettere ai giovani la sapienza dei padri, e raccolse in uno scritto le sue lezioni, pubblicandole in lingua ebraica (Sir 51,23), il figlio di Giuseppe, Gesù, viaggiò poco, non fondò scuole e non lasciò in eredità alcuno scritto.
E, pur essendo solo il figlio del falegname (Mc 6,3), impressionava chi lo ascoltava per l’autorità che traspariva dal suo insegnamento (Lc 4,32).
Con la sua autorevolezza Gesù cercava di liberare tutti dalla presunzione di chi crede di sapere qualche cosa, ma non ha ancora imparato come bisogna sapere, dall’orgoglio di una scienza che gonfia ma non edifica (1Cor 8,2).
Gesù è il solo vero maestro (Mt 23,8) perché ci insegna che la vera sapienza viene dal Padre. È Lui che nasconde i misteri del regno ai sapienti e agli intelligenti per rivelarli ai piccoli (Mt 1,25-26).

 

Tutta la Scrittura è attraversata da questa paradossale pedagogia divina.

 

Dio chiamò Mosè per liberare il suo popolo dalla schiavitù, anche se era solo pastore (ricercato in Egitto per omicidio) e lo scelse perché era un uomo molto umile, più di ogni altro uomo sulla faccia della terra (Nm 12,3).

 

Il Signore, che non può sopportare chi ha occhi altezzosi e cuore superbo (Sl 101,5) e non si lascia incantare dall’apparenza, ma vede il cuore, elesse Davide come re di Israele, anche se era il più piccolo dei figli di Iesse (1Sam 16,7).

 

Un giorno i discepoli videro Arsenio conversare con gli eremiti, ponendo loro domande sui pensieri. I fratelli, meravigliati, gli dicono: Come mai tu, che hai appreso tutte le scienze e conosci bene il greco e il latino, cerchi consiglio da questi uomini illetterati? È vero – risponde quel grand’uomo – che ho studiato tutta la sapienza di questo mondo, ma non so ancora l’alfabeto di quella sublime scienza, di cui sono partecipi costoro, che sembrano dei poveri uomini (Detti dei padri).

 

Gesù raccolse attorno a sé un gruppo di sconosciuti presi per la strada e li fece suoi discepoli. Cercò di educarli all’umiltà e al servizio, li invitò a occupare l’ultimo posto senza pretendere riconoscimenti dagli uomini.
Ma i suoi insegnamenti sull’umiltà (come quelli tenuti a casa del fariseo), prima di essere una lezione per i presenti e per noi, furono una profezia del destino che lo attendeva a Gerusalemme.

 

I Dodici, nonostante la grazia di avere avuto un maestro come Gesù tutto per loro per tre anni, continuarono a fraintendere le sue intenzioni e a coltivare sogni di gloria, sia in questo mondo sia in quello a venire (Mc 10,35-45).

 

Solo quando aprirono gli occhi sui loro fallimenti, rientrarono in se stessi e compresero che il posto del discepolo è l’ultimo.
Solo dopo avere abbandonato il loro maestro (Mc 14,50) e avere toccato il fondo cominciarono a risalire, a passare più avanti.
L’umiltà non si apprende dai libri, ma dai fallimenti.

 

Tu, il più piccolo tra gli uomini, vuoi trovare la vita?
Custodisci in te la fede e l’umiltà, e in esse troverai colui che ti custodisce e dimora segretamente presso di te.
Quando vieni davanti a Dio nella preghiera, sii nel tuo pensiero come la formica, come ciò che striscia per terra, come un bimbo che balbetta. E davanti a Lui non dire niente che tu pretenda di sapere.
Ma avvicinati a Dio con un cuore di bambino.
Quando Dio vedrà che con totale purezza di cuore ti affidi a lui più che a te stesso… allora una potenza a te sconosciuta verrà a prendere dimora in te e sentirai in tutti i sensi la potenza di colui che è con te
(Isacco di Ninive).

 

Sulla cima del Golgota Gesù occupò l’ultimo posto perché tutti noi potessimo occupare il primo.

 

Dalla croce vide i capi del popolo che l’avevano condannato, i soldati che l’avevano torturato, la gente che lo derideva e i discepoli che gli avevano voltato le spalle.
Vide un’umanità di poveri, colti o ignoranti, devoti o peccatori che fossero, che non avevano nulla da offrire in cambio e pregò il Padre di perdonarli, di farli passare avanti, perché – disse – non sanno quello che fanno (Lc 23,34).

 

Accanto a lui due c’erano due malfattori che occupavano gli ultimi posti, uno a destra e l’altro a sinistra, uno che imprecava e pretendeva il miracolo e l’altro che chiedeva solo un ricordo (Lc 23, 39-43).

 

A quello crocefisso alla sua destra Gesù riservò le ultime parole: Amico, vieni più avanti! Oggi siederai accanto a me nel banchetto del regno e ne avrai onore davanti a tutti i commensali.

 

Ma forse, anche se questo l’evangelo non lo dice, invitò anche l’altro a passare più avanti, perché (come accade anche a noi) aveva sprecato i giorni della sua vita senza sapere ciò faceva, senza capire ciò che diceva.

 


Come l’anima, nel corpo, è nascosta alla vista e alla commistione con ogni uomo, così il vero umile non solo non cerca di essere visto o di essere conosciuto tra gli uomini, tenendosi nascosto e ritirato da tutto, ma, se fosse possibile, vorrebbe starsene immerso e raccolto (lontano) anche da se stesso ed entrare nel proprio intimo, in una totale quiete e calma dei moti e dei sensi; come uno che non appartiene alla creazione, che non è venuto all’esistenza, che non esiste per nulla e assolutamente; uno che non vuole essere conosciuto né essere notato neppure da se stesso. E mentre è nascosto, celato e raccolto (lontano) dal mondo, egli è interamente presso il Signore.
(Isacco di Ninive, Prima collezione 74,18)