LA PARABOLA DEL BUON SAMARITANO
20/07/2025, XVI PER ANNUM C  
(Gen 18,1-10; Sl 15; Col 1,24-28; Lc 10,38-42)

 

Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta (Lc 10,42)

 

La parabola del buon samaritano sembra indicare nel ‘darsi da fare per gli altri’ il cuore dell’evangelo di Gesù (Lc 10,29-42) ma, subito dopo, l’evangelista Luca racconta la sosta di Gesù nella casa di Marta e Maria, a Betania, dove la parte migliore è ‘l’atto passivo dell’ascolto’.
Marta di Betania è il buon samaritano che non passa oltre, è il discepolo che apre subito la porta a Gesù che bussa (Ap 3,20).
Come Abramo anche lei corre e si affanna per preparare un pranzo degno dell’ospite.
Eppure non ha scelto la parte migliore o, forse, non ha scelto il tempo migliore per fare quanto comunque andava fatto.

 

Per ogni cosa c’è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo (Qo 3,1).

 

Abramo aveva novantanove anni il giorno in cui se ne stava seduto all’ingresso della tenda nell’ora più calda del giorno, limitato nei movimenti perché si era fatto circoncidere la carne del prepuzio (Gen 17,24).
In quei momenti di forzata e dolorosa immobilità, non riusciva a scacciare il pensiero di avere inseguito un miraggio, di avere confuso la voce di Dio con un’illusione.
Forse per lui non ci sarebbe stato né un figlio, né un popolo e, tanto meno, un futuro.
Abramo era ferito nella carne, fiaccato dal caldo e sfiduciato nello spirito.
Poi, improvvisamente, tre uomini si materializzarono davanti a lui.
Appena li vide, dimenticando il sole a picco e la sua carne ferita e invecchiata, corse loro incontro e li accolse con ogni premura come se dei visitatori fossero, per definizione, sempre messaggeri dell’Eterno.
Messaggeri che per di più dovrebbero essere serviti prima di Colui che li ha inviati. Il che sembra – in ogni caso qui – il modo migliore di servirLo (Catherine Chalier).

 

Anche Marta appena vide Gesù, gli corse incontro, felice di ospitare Colui che per loro era molto più di un amico (Gv 11,27).

 

Gesù, il Figlio dell’uomo che non ha dove posare il capo (Lc 9,58) è un viandante che si accosta per camminare con noi (Lc 24,15), che sta alla porta e bussa in attesa che gli apriamo (Ap 3,20), e non ha altro da offrire che la sua presenza.

 

Se quel giorno è passato per Betania, non l’ha fatto solo per dare una lezione alle due sorelle e a noi, ma per dirci che accoglierlo in casa nostra è la sola cosa di cui abbiamo bisogno.

 

L’ospitalità di Marta che apre la porta della sua casa e del suo cuore è il primo passo nel cammino del discepolo.
Rimanere ai suoi piedi, in ascolto, come Maria, qualunque cosa si sta facendo è la meta cui tendiamo.
Tra il punto di partenza e quello di arrivo c’è la strada da percorrere, la vita con le sue complicate situazioni, le contraddizioni da armonizzare, gli equilibri da ricreare e la fatica di comprendere i tempi e momenti.
Adamo ed Eva, ingannati dal serpente, si lasciarono prendere dalla bramosia di diventare come Dio, non di accoglierlo e il loro atto di disobbedienza trasformò il giardino dell’Eden in un luogo inospitale dentro il quale si smarrirono (Gen 3,1-9).
Nel giardino di Mamre, Abramo, non si lasciò distrarre né dal caldo, né dal membro sofferente, né dall’età e, accogliendo i tre viandanti, si ritrovò alla presenza di Dio.
Eva, che divorò il frutto con avidità, partorì con dolore i suoi figli (Gen 3,16).
Invece Sara, la sterile, che preparò un banchetto per i tre uomini, partorì con gioia.
Nascosta dietro la tenda, Sarà rise ascoltando le parole degli angeli che annunciavano la nascita del figlio. Lo scoppio improvviso della sua risata (il riso di una ragazzina in un corpo da vecchia) alla notizia che avrebbe partorito un figlio è il segno della presenza di Dio che rende possibile l’impossibile (Gen 18,12).
Infatti, nove mesi dopo Sara strinse tra le braccia un figlio e lo chiamò Isacco, perché Dio le aveva sorriso (Gen 21,6).
I maestri raccontano che, prima di andarsene, uno dei tre ospiti avrebbe detto ad Abramo, strizzandogli l’occhio: Pensi che anch’io sia troppo vecchio per i miracoli?
Fu in quel preciso istante Abramo ebbe la certezza di avere ospitato il Santo Benedetto nella sua tenda.

 

L’azione di Marta che aprì la porta della sua casa a Gesù, rese possibile il gesto Maria che rimase ai suoi piedi in ascolto.
Nella casa delle due sorelle Gesù trovò il riposo dell’amicizia e la gioia dell’intimità ma, senza una delle due, quella casa sarebbe stata come vuota.

 

La presenza di Gesù nella stanza segreta del cuore e nell’insignificante banalità della vita quotidiana sposta l’equilibrio dall’affanno alla fiducia, dall’ansia all’ascolto, dalla sterilità alla fecondità.
Scegliere la parte migliore non è un atto della volontà, ma un dono della grazia.

 

Nel suo cammino verso Gerusalemme Gesù trovò ospitalità in altre case e la sua presenza era sempre motivo di grande gioia, perché il Figlio dell’uomo è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto (Lc 19,10).

 

Un uomo che aveva trascorso la sua vita per rapinare le case altrui più che a ospitare il prossimo nella propria, la vigilia della festa di Pasqua, con le sue mani inchiodate alla croce bussò alla porta di Dio.
A differenza dell’altro che imprecava e pretendeva il miracolo, lui chiese solo di essere ricordato.
Ma c’è forse qualcosa impossibile per il Signore? (Gen 18,14; Lc 1,37).
A lui, a quel delinquente che (forse) di Abramo e della storia del popolo che aveva accolto Dio nella sua storia sapeva poco o nulla, Gesù disse: Come Maria di Betania hai scelto la parte migliore che non ti sarà tolta. Oggi sarai con me in paradiso (Lc 23,39-46) ed io stesso passerò a servirti, come un giorno aveva fatto Marta, la sorella di Maria.

 


La vecchia Sara rideva dal credere o dal non credere? Nessuno ce lo saprà dire e, se Sara crede, ride anche per credere l’incredibile. A meno che non rida perché l’incredibile è più credibile di quel che la sua età avanzata non credesse. Il riso passa appunto nella fessura tra il credibile e l’incredibile e non prende partito: è saggezza, e il sapere e il non sapere grazie ad esso smettono di odiarsi stupidamente.
(Paul Beauchamp).