DOPO UNA PAUSA DI 400 ANNI
13 luglio 2025, XV PER ANNUM C
(Dt 30,10-14; SI 19/18; Col 1,15-20; Lc 10,25-37)
…questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore… (Dt 30,14)
Dopo una pausa di 400 anni, la storia dei figli di Israele riprese il suo corso a partire da un roveto che bruciava senza consumarsi (Es 3,1-11).
Quando lo vide Mosè si avvicinò per osservare quel grande spettacolo e fu allora che per la prima volta udì la voce di Colui che è e cominciò a parlare con Lui come un uomo parla con il suo amico (Es 33,11).
Quarant’anni dopo, nella piana di Moab, Mosè parlò un’ultima volta al suo popolo prima di farsi da parte per lasciarlo entrare nella Terra Promessa.
Nel deserto un popolo era diventato adulto e da adulto era in grado di affrontare il presente e il futuro alla luce di Dieci Parole che raccontano l’incredibile storia della compassione di Dio per il più insignificante popolo della terra.
Con una storia Gesù si avvicinò a un dottore della Legge che voleva mantenere le distanze e lo fece uscire dal mondo perfetto della Legge scritta per condurlo in quello imperfetto della vita reale.
E, sempre con una storia, lo portò dalla sterile conoscenza di ciò che è scritto alla sapienza del come leggere ciò che è scritto.
Senza il come, senza interpretazione, la Legge rimane un comando lontano che non si trasforma in Parola vicina, Parola che fa avvicinare.
E spesso sono gli imprevisti che offrono la chiave giusta d’interpretazione.
Gesù non aprì una scuola, ma attraversò la terra di Israele da nord a sud perché ciò che accade sulla strada è più significativo di quanto si apprende in un’aula scolastica.
Per questo Gesù portò il dottore della Legge sulla strada che da Gerusalemme scendeva a Gerico dove uno sconosciuto, suo malgrado, costrinse altri a prendere delle decisioni. Tutti, nessuno escluso… anche chi passò oltre fece la sua scelta.
In questa storia l’unico uomo vivo è quello mezzo morto.
Gli altri sono solo categorie, ruoli e funzioni: i briganti, un levita, un sacerdote, un samaritano e un albergatore.
Ma da questa teoria di personaggi uno uscì dal binario del già scritto e, accettando la sfida dell’imprevisto, si avvicinò all’uomo percosso dai briganti, provò compassione per lui e se ne prese cura.
Era un Samaritano, uno straniero per il sacerdote, il levita e il dottore della Legge.
Nel libro del Levitico sta scritto: Non opprimerai il forestiero che dimorerà nella vostra terra. Lo tratterai come colui che è nato tra voi; tu l’amerai come te stesso, perché anche voi foste stranieri e immigrati in terra d’Egitto (Lv 19,33-34).
In terra d’Egitto, quando erano solo una forza lavoro da sfruttare, i figli di Israele avevano sperimentato la prossimità di Dio, la sua vicinanza.
Dio aveva osservato la miseria del suo popolo, aveva udito il loro grido a causa dei suoi sovrintendenti ed era sceso per liberarlo (Es 3,7-8).
La compassione di Dio per il suo popolo aveva restituito dignità e libertà a uomini e donne che l’avevano perduta.
La compassione è la chiave che permette di aprire i sigilli della Scrittura (Ap 6,1) e farla scendere sempre più in profondità, dalla bocca al cuore.
Più di mille anni dopo, uno sconosciuto autore scriverà che la Parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di una spada a doppio taglio. Ma perché possa scrutare i sentimenti e i pensieri del cuore, essa deve penetrare fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla (Eb 4,12).
Il dottore della Legge aveva chiesto a Gesù che cosa dovesse fare per ereditare la vita eterna e Gesù gli rispose che la strada gliel’avrebbe insegnato a condizione che non passasse oltre.
Da bravo Maestro qual era, Gesù lo costrinse a dire quello che non avrebbe voluto dire.
Prossimo è colui che ha compassione, chi diventa umano toccando le ferite dell’altro e lasciandosi toccare dalle ferite dell’altro.
Prossimo è chi è misericordioso e pieno di compassione, come Dio lo è con noi (Sl 145,8-9; Lc 6,36).
Quel maestro conosceva la Scrittura, che cosa vi sta scritto, ma aveva ancora molto da imparare sul come leggerla, lasciandosi toccare dallo spettacolo della vita umana e dai suoi imprevisti, per farla scendere dalla testa al cuore.
Come lui, anche i discepoli di Gesù, che avevano avuto a disposizione per tre anni e solo per loro l’unico Maestro degno di questo nome (Mt 23,8), avevano ancora molto da imparare.
Infatti, quando Gesù fu arrestato, processato, percosso a sangue e condotto verso il Golgota per essere crocefisso, i discepoli passarono oltre e si limitarono a guardare da lontano (Lc 23,49).
I soldati seguirono la loro natura, picchiando e derubando come briganti.
I capi del popolo seguirono ciò che era scritto senza preoccuparsi del come leggere ciò stava accadendo.
Solo due uomini si fermarono davanti a quell’imprevisto.
Un ladro e un poliziotto, se così si può dire, che, forse, della Scrittura, non conoscevano né il che cosa vi fosse scritto, né il come leggerla (Lc 23,39-43).
Eppure, entrambi non passarono oltre.
Fu così che avvenne un fatto straordinario in quel luogo di morte.
Invece di soccorrere Gesù, furono soccorsi da Lui che, vedendoli, ne ebbe compassione, si avvicinò e fasciò le loro ferite versandovi l’olio e il vino della sua Parola.
Poi se li caricò sulle spalle e li portò con sé in un luogo, dove la compassione è l’unica moneta di scambio, dove nessun uomo è lontano Dio.
E dove Dio è così vicino da non doverlo cercare.
Misericordioso è colui che non usa misericordia al suo prossimo soltanto facendogli dei doni, ma che, quando ascolta o vede qualcosa che causa sofferenza a qualcuno, sente il suo cuore bruciare.
(Isacco di Ninive)
