ALLA FINE DEL SUO LIBRO
6 luglio 2025, XIV PER ANNUM C
(Is 66,10-14; SI 66/65; Gal 6,14-18; Lc 10,1-12.17-20)

 

…rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli (Lc 12,20)

 

Alla fine del suo libro Isaia rivela il volto materno di Dio (Is 49,15), così come prima aveva svelato quello paterno (Is 63,16; 64,7).
Il Dio biblico è madre con la sua appassionata tenerezza ed è padre con la sua costante fedeltà (Alberto Mello).
Tutto questo Isaia non lo comunica con la parola ragionevole del teologo, ma con la poesia del profeta che, trasfigurando una realtà sfigurata, riaccende la speranza nel cuore di chi l’ha perduta.
Senza la forza poetica della parola dei profeti l’esilio in terra di Babilonia sarebbe stato un viaggio senza ritorno.

 

L’esodo dall’Egitto era iniziato con la trepidazione di un popolo che lasciava un luogo di schiavitù per entrare in una terra libera.
L’esilio babilonese iniziò con un popolo che lasciava una terra libera per entrare in un luogo di schiavitù.
Ma i profeti riuscirono a trasformare un tempo di deportazione in uno di redenzione.
Anche il nome del luogo lungo il canale Chebar dove gli esuli furono concentrati conteneva il seme della speranza: Tel-Aviv, Collina della Spiga (Ez 3,15).
Come a dire che anche in terra d’esilio, dopo un lungo inverno, il seme sarebbe germogliato e avrebbe fruttato cento volte tanto (Lc 8,8).

 

Dove gli altri vedevano solo deserto, Gesù vide una messe abbondante e inviò settantadue discepoli davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi.
La messe è molta
e molto il lavoro da fare… eppure il Signore per prima cosa comandò loro un’azione passiva come la preghiera: Pregate il padrone della messe.
Il Regno che devono annunciare appartiene a Dio.
Lui è il Re, il Padrone della messe e la sola ricchezza del discepolo.
Per questo gli inviati possono permettersi il lusso di andare con un bagaglio leggero (senza borsa, né bisaccia, né sandali), e la libertà di non dovere pianificare alcuna strategia.

 

Dopo avere invocato con la preghiera il padrone della messe, i discepoli, accolti o rifiutati che siano, allora come oggi, sono invitati a proclamare con urgenza l’evangelo del Regno, la buona notizia che il Regno di Dio è vicino e che la sua prossimità ha il potere di guarire i malati e sottomettere i demòni.

 

Anche quando minaccia disgrazie e castighi, la parola dei profeti è sempre un evangelo, una buona notizia che riaccende la speranza e porta alla salvezza.

 

I figli di Israele giunsero a Babilonia come vecchi ma cinquant’anni dopo, quando tornarono a Gerusalemme, erano diventati bambini quieti e sereni, come un bimbo svezzato in braccio a sua madre (Sl 131,2).

 

Gerusalemme era una città in miseria e in rovina, ma il cuore degli esuli era colmo di gioia e di speranza.

 

A Babilonia, dove non c’era un luogo per pregare, un piccolo resto aveva ritrovato l’intimità con il suo Dio, un Dio più madre che padre, più femminile che maschile, più accogliente che severo.
A Gerusalemme, con il tempio ancora da ricostruire, quel piccolo resto si sentiva sicuro e consolato perché Dio stesso, come una madre, teneva in braccio il suo bambino.

 

Le parole dell’ultimo grande profeta biblico trasfigurarono la realtà di un popolo, senza alienarla.
Isaia vedeva madri che allattavano i figli davanti a case fatiscenti, ascoltava le storie che raccontavano ai bambini e i canti che cantavano sottovoce per farli addormentare.
Così Dio parla al suo popolo, con la dolcezza di una madre che allatta un figlio.
E così Isaia parla di Dio, con le parole della poesia, come se quella fosse l’unica lingua degna dell’Altissimo.

 

I settantadue discepoli tornarono dalla missione pieni di gioia per aver sperimentato la potenza di una Parola che sottometteva anche i demòni.
Ma Gesù li riportò all’essenziale come quando li aveva inviati.

 

Che cos’è essenziale, che cosa conta veramente e non passa?
Non il successo, ma la certezza che Dio ha scritto il nostro nome sul palmo della sua mano (Is 49,16), l’ha inciso per sempre nei cieli dove i ladri non rubano e la tignola non consuma (Lc 12,33).
Questa è la gioia del discepolo e la sua speranza.

 

Gesù non scosse la polvere dai suoi piedi contro Gerusalemme, anche se la città non accolse la sua pace.
Dalla croce non disse che Sodoma sarebbe stata trattata con meno durezza di Gerusalemme (Lc 10,12) ma chiese al Padre di perdonare gli uomini, perché non sanno quello che fanno (Lc 23,34).
A molti (discepoli compresi) quelle ore sembrarono l’epilogo della sua storia.
Invece fu il suo compimento (Gv 19,30).

 

In pochi se accorsero.
Tra questi un uomo che di Dio e di profeti sapeva poco o nulla.

 

Il delinquente crocifisso alla destra di Gesù si accontentava di un ricordo perché pensava di non meritare un posto in quel Regno.
Gesù raccolse la sua preghiera e le ultime parole che rivolse a un essere umano prima di morire furono per lui, per quell’uomo che, dopo avere rubato molte borse e molte vite, non aveva né borsa né sacca, né sandali, per quell’uomo che, dopo essere vissuto da lupo, era un agnello in mezzo ai lupi.
Come ogni discepolo inviato nella messe del Signore.

 

Rallegrati – gli disse – perché il tuo nome è già scritto nei cieli.

 


Non negare la potenza della preghiera per la debolezza del peccato, non dire a te stesso che Dio non ascolta un uomo simile, debole e peccatore. Egli ascolta ogni cuore orante, e il cuore ascolta Dio che lo ascolta. E Dio non è da qualche parte lontano, nell’alto dei cieli. Egli è qui, nel tuo cuore, in ogni luogo, dove è invocato con venerazione il Suo Nome, poiché Egli è in questo Nome.
(Sergej Nikolaevič Bulgakov)