NON SAPPIAMO SE
29 giugno 2025, Solennità dei santi apostoli Pietro e Paolo
(At 12,1-11; Sl 33/34; 2 Tm 4,6-8.17-18; Mt 16,13-19)
Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede (2Tm 4,7)
Non sappiamo se Saulo di Tarso fosse a Gerusalemme nei giorni della crocifissione di Gesù. Se c’era, immagino si sia tenuto alla larga dal Golgota, il luogo impuro delle esecuzioni capitali, per non contaminarsi e poter celebrare la Pasqua.
Anche Pietro, per motivi diametralmente opposti, si tenne alla larga dal Golgota.
Quando Gesù fu arrestato, tutti i discepoli lo abbandonarono e fuggirono (Mc 14,50), ma Pietro, più per orgoglio che per amore, l’aveva seguito dentro il cortile della casa del sommo sacerdote dove fu riconosciuto come uno di quelli che erano con Gesù, il Galileo.
Quella notte rinnegò il suo Signore tre volte, giurando e spergiurando di non conoscerlo affatto, come gli aveva predetto Gesù durante la cena.
Il canto del gallo gli riportò alla memoria la parola di Gesù e, uscito fuori, pianse amaramente (Mt 26,69-75; Mc 14,66-72; Lc 23,54-62; Gv 18,17.25-27).
La roccia che Gesù aveva scelto per edificare la sua chiesa era andata in frantumi (Mt 16,18).
In ogni caso gli evangeli sono concordi nell’affermare che né Pietro, né Paolo erano sul Golgota quando Gesù fu crocifisso.
Uno per non compromettersi, l’altro per non contaminarsi.
Ma il Cristo crocifisso che Pietro rinnegò e Paolo perseguitò aveva altri progetti per loro.
All’inaffidabile Pietro riaffidò il suo gregge dandogli un solo comando: Seguimi! (Gv 21,15-19).
Pietro ritrovò la luce dopo il buio della notte e della disperazione.
Al Paolo, dopo la cecità, restituì la vista perché era lungo il viaggio che doveva compiere tra i pagani (At 22,6-8.21).
La Verità che Pietro aveva rinnegato e Paolo aveva combattuto, Cristo crocefisso, scandalo per i giudei e stoltezza per i pagani, s’impose con la forza irresistibile dell’amore.
Sia per Pietro e per Paolo, come per tutti coloro che sono chiamati, Cristo è potenza di Dio e sapienza di Dio. Infatti ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini (1 Cor 1,23-25).
Toccati dalla grazia e con lo sguardo a Gesù crocifisso, i due apostoli, le colonne della chiesa, portarono l’evangelo fino agli estremi confini della terra.
Si fecero folli per amore di Colui che li aveva amati alla follia.
Guardate a lui e sarete raggianti, è scritto nel salmo 34 che inizia con una strana intestazione: Quando Davide si finse pazzo in presenza di Abimèlech, tanto che questi lo scacciò ed egli se ne andò.
Un giorno, insegnano i maestri, Davide chiese a Dio di spiegargli il significato della follia. Che soddisfazione hai – disse – nell’aver creato un lunatico che cammina con i vestiti stracciati, perseguitato e preso in giro da tutti, persino dai bambini? Dio gli rispose: Un giorno avrai bisogno di questa pazzia e tu stesso pregherai perché io te la conceda.
Poco tempo dopo Davide fu costretto a fuggire per salvarsi dal re Saul e si nascose presso i Filistei, i peggiori nemici di Israele, dove fu riconosciuto e minacciato di morte.
Fu costretto a fingersi folle e il re filisteo Avimèlech, disgustato dalla condotta di Davide, lo scacciò e così ebbe salva la vita (Cfr. 1Sam 21,11-16).
Anche Gesù che aveva sacrificato la sua vita per salvare la nostra era apparso folle agli occhi del mondo.
Eppure…
La croce, strumento di morte, è il segno dell’amore eterno del Padre per le sue creature.
La croce diede a Paolo, reso cieco sulla via di Damasco, una prospettiva completamente diversa sulla sua storia e su quella dell’intero universo.
Da quel giorno la sola sapienza che cercò fu la conoscenza di Gesù, tutto il resto gli sembrava spazzatura (Fil 3,8).
Alla comunità di Corinto scrisse: Mi sono proposto di non sapere altro in mezzo a voi che Gesù Cristo, e lui crocifisso (1Cor 2,2).
E quando si sentiva attaccato e pregava il Signore di allontanare l’inviato di satana incaricato di schiaffeggiarlo, la risposta che ottenne fu una sola: Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza (2Cor 12,7-9).
Anche se diversi per provenienza e professione, per cultura e carattere, Pietro e Paolo annunciarono lo stesso evangelo di Gesù, crocifisso, morto e risorto.
Percorsero strade differenti ed entrarono in contatto con persone diverse ma, alla fine della vita, entrambi si ritrovarono a Roma, il centro dell’impero.
Pietro fu a Roma tra il 64 e il 67, dove fu processato e condannato a morte.
Chiese la grazia di essere crocifisso a testa in giù perché desiderava essere simile a Gesù, ma non si riteneva degno di morire come lui.
Da quella posizione rovesciata, prima di morire, vide finalmente le cose dalla giusta prospettiva.
Quando sarai vecchio – gli aveva detto Gesù l’ultima volta che si erano visti – tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi (Gv 21,18).
In realtà il boia che si occupava della sua morte lo stava portando esattamente dove lui voleva andare e, in quegli ultimi istanti, sentì le parole che Gesù aveva rivolto a un delinquente crocifisso accanto a lui, più di trent’anni prima: In verità ti dico, oggi con me sarai nel paradiso (Lc 23,43).
In quegli stessi anni, sempre a Roma, anche Paolo fu processato e condannato a morte.
A lui fu concessa, se così si può dire, la grazia della decapitazione, privilegio dei cittadini romani.
Non aveva paura perché il suo desiderio di essere con il Signore era più forte della morte: Per me vivere è Cristo e il morire un guadagno – aveva scritto in una lettera ai cristiani di Filippi (Fil 1,21).
Aveva combattuto la buona battaglia, aveva terminato la corsa e, cosa più importante di ogni altra, aveva conservato la fede.
L’amore ci farà affrettare il passo. Il timore ci farà considerare dove posiamo il piede per non cadere durante questo cammino terreno dove incontriamo tante insidie.
(Teresa d’Avila, Cammino di perfezione)
