DOPO AVER SCONFITTO
22 giugno 2025, CORPUS DOMINI
(Gen 14,18-20; Sl 110/109; 1Cor 11,23-26; Lc 9,11b-17)
Non abbiamo che cinque pani e due pesci… (Lc 9,13)
Dopo aver sconfitto con soli trecentodiciotto uomini Chedorlaòmer e i re che erano con lui e aver liberato suo nipote Lot (Gen 14,13-17), Abramo se ne stava tornando verso Mamre quando, lungo la strada che da Damasco scendeva verso Ebron, gli venne incontro Melchìsedek, il re-sacerdote di Salem che teneva in mano un’offerta di pane e vino e sulla bocca una benedizione per l’uomo benedetto da Dio.
Anche il Signore, quando l’aveva chiamato, aveva benedetto Abramo e gli aveva promesso che sarebbe diventato una benedizione per tutte le famiglie della terra: Farò di te una grande nazione e renderò grande il tuo nome (Gen 12,1-3).
Ma, con una certa amarezza, Abramo doveva ammettere che di quella promessa non aveva ancora visto nulla: né un figlio, né una terra, né un popolo.
Eppure, dopo avere ricevuto da Melchìsedek il pane, il vino e la benedizione, riprese il cammino con la decisione di continuare a fidarsi di quella parola umanamente inaffidabile.
Nella loro prima missione i discepoli avevano sperimentato il potere della parola di Gesù, ma quella parola che avevano nella bocca non era ancora entrata nel loro cuore (Lc 9,1-6; 10,17; Dt 30,14; Rm 10,8).
Nella loro testa c’erano la logica e il buon senso dell’umanamente possibile.
E logica e buon senso consigliavano di mandare a casa la gente prima che si facesse buio. Ma Gesù non congedò la folla e non mandò i discepoli nei villaggi per comprare del cibo, ammesso che avessero i soldi per farlo. Con una semplicità disarmante, chiese di dare loro stessi da mangiare a cinquemila uomini.
Ma che cosa potevano fare con cinque pani e due pesci?
Com’è possibile? aveva chiesto Maria all’angelo, quando tutto era iniziato.
Gabriele le aveva risposto che anche Elisabetta, vecchia e sterile, attendeva un figlio, perché niente è impossibile a Dio (Lc 1,34-37; Gen 18,14) e tutto è possibile per chi crede (Mc 9,23).
Non ci vuole una grande generosità per privarsi di cinque pani e due pesci, ma ci vuole un grande coraggio per fidarsi della parola paradossale di Gesù e credere che quel poco avrebbe sfamato tutti.
Prima di saziare la fame della folla Gesù mise alla prova la fede dei discepoli.
Sull’insignificante dono dei discepoli Gesù recitò la benedizione, poi spezzò i pani, li diede ai discepoli perché li distribuissero alla folla. Tutti mangiarono a sazietà e furono portati via i pezzi loro avanzati: dodici ceste di pezzi avanzati.
Con il denaro non si sarebbe avuta una tale abbondanza, né il gusto di un cibo condiviso.
Per la fede degli uomini Dio può compiere ciò che è impossibile agli uomini.
In un luogo deserto, verso Betsaida (Lc 9,10), i discepoli avevano dato loro stessi da mangiare a cinquemila uomini.
Un anno dopo, nel cuore di Gerusalemme, nei giorni della Pasqua, Gesù dava se stesso da mangiare, un cibo che non ha prezzo.
Ma quella sera i pensieri dei discepoli erano così confusi che si erano messi a discutere su chi di loro fosse da considerare più grande (Lc 22,14-24).
Gesù avrebbe potuto ritirare la sua offerta, cercarsi altri discepoli e un altro popolo, ma non lo fece (Es 32,9-14; Nm 14,12-19), perché il Padre non ha mandato il Figlio nel mondo per condannarlo ma perché chi mangia la sua carne e beve il suo sangue abbia la vita eterna e sia risuscitato nell’ultimo giorno (Gv 3,17; 6,54).
I Dodici erano l’immagine di quell’umanità povera e assetata, cieca e affamata per la quale era venuto.
Erano la folla che attraversa luoghi deserti senza trovare un cibo che sazia.
Erano uomini e donne che celebrano matrimoni senza vino (Gv 2,3), che si ostinano ad attingere acqua da cisterne screpolate (Ger 2,13; Gv 4,7).
È l’amore del Donatore che rende possibile la salvezza, non il merito di chi ne beneficia.
La sera dell’Ultima Cena Gesù fece un miracolo più straordinario della moltiplicazione dei pani.
Il Pane che benedisse, spezzò e condivise era il suo corpo dato per loro.
Il calice con il vino che passò di mano in mano era la nuova alleanza nel suo sangue.
L’Eucaristia non è un’idea che va studiata per essere compresa, ma un cibo che va mangiato per essere assimilato.
Tre giorni dopo la morte del Signore, il pomeriggio del primo giorno della settimana, due discepoli erano in cammino verso Emmaus (Lc 24,13-35).
Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro, ma i loro occhi erano impediti dal riconoscerlo perché il loro cuore era indurito.
Quando furono vicini al villaggio dov’erano diretti, Gesù fece come se dovesse andare oltre, ma qualcosa impedì loro di lasciarlo andare dove doveva andare.
Resta con noi, perché si fa sera – dissero – e il giorno è ormai al tramonto.
Ti daremo noi stessi da mangiare.
Egli entrò per rimanere con loro.
Ma non furono i due discepoli che diedero da mangiare allo sconosciuto viandante, fu Gesù che offrì il suo corpo e il suo sangue.
Nello spezzare il pane lo riconobbero e quando sparì dalla loro vista sentirono una grande gioia perché sapevano che Gesù non se n’era andato.
Mangiando il suo corpo e bevendo il suo sangue era entrato in loro e sarebbe rimasto sempre con loro, tutti i giorni (Mt 8,20).
Abramo tornò a Ebron con il pane, il vino e la benedizione di Melchìsedek e, soprattutto, con la decisione di continuare a credere che tutto è possibile a Dio.
Con la stessa convinzione tornarono alle loro case i cinquemila uomini che avevano mangiato a sazietà un cibo che sembrava piovuto dal cielo.
Con il cuore che ardeva in loro e un’incredibile storia da raccontare i due discepoli di Emmaus partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme.
Non è per i nostri meriti che il Signore offre se stesso come cibo, ma per amore.
L’Eucaristia è il viatico, il pane del cammino, il cibo di cui abbiamo un assoluto bisogno per compiere il nostro pellegrinaggio verso la patria celeste.
Ma che vita è quando si è sconnessi? – domanda il moribondo che si alimenta solo di cavi.
Resta la vita delle candele con le loro fiamme che avvicinano, riscaldano e fanno danzare i volti. I due pani azzimi e il calice di vino che si fa passare meglio di un allegato, perché è il legame con l’inizio e la fine del mondo.
(Fabrice Hadjadj)
