QUANDO IL PROETA ISAIA
15 giugno 2025, SANTISSIMA TRINITÀ
(Pr 8,22-31; Sl 8; Rm 5,1-5; Gv 16,12-15)
Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso (Gv 16,12)
Quando il profeta Isaia ricevette la vocazione, udì gli angeli che proclamavano l’un l’altro: Santo, santo, santo il Signore degli eserciti! Tutta la terra è piena della sua gloria (Is 6,3).
Nella lingua del testo sacro il termine gloria contiene la radice dell’aggettivo pesante.
Pesante come contrario a tutto ciò che è effimero e leggero.
Pesante perché Dio lascia un’impronta quando entra nella nostra storia.
Gesù lasciò un’impronta della gloria di Dio quando venne tra la sua gente, ma il mondo e gli stessi discepoli non lo accolsero (Gv 1,11).
Ciò che videro fu una verità dal peso insopportabile: Costui non è forse il figlio di Giuseppe? – dicevano – Di lui non conosciamo il padre e la madre? Come dunque può dire: Sono disceso dal cielo? (Gv 6,42).
Sul Sinai Mosè aveva chiesto a Dio di mostrargli la sua gloria.
Ma il Signore, Benedetto Egli sia, gli aveva concesso di vederlo solo di spalle perché – disse – nessun uomo può vedere Dio e restare vivo. Quando passerà la mia gloria, io ti porrò nella cavità della rupe e ti coprirò con la mano, finché non sarò passato. Poi toglierò la mano e vedrai le mie spalle, ma il mio volto non si può vedere (Es 33,18-23).
La mano di Dio sugli occhi di Mosè lo teneva a distanza e lo teneva in vita.
Grazie a questa distanza, a questa visione non diretta, Mosè raggiunse un’intimità con Dio come nessun altro e parlava con Lui come un uomo parla con il suo amico (Es 33,11).
Il popolo vedeva Mosè salire sul Sinai per incontrare Dio, ma in realtà era Dio che scendeva sul monte verso di lui.
Il Dio lontano che si fa vicino, a differenza degli idoli che – come insegnano i maestri – pur essendo vicini, in realtà sono lontani.
Mosè era il più umile degli uomini della terra (Nm 12,3), mentre Simon Pietro era il più presuntuoso (Gv 13,37).
Furono sufficienti le parole leggere di una ragazza e di alcuni servi per mandare in frantumi tutti i suoi propositi.
L’evangelo di Giovanni non accenna allo sguardo di Gesù che incontra quello di Pietro, né al suo pianto dirotto dopo il triplice rinnegamento.
C’è solo il canto del gallo che lo risvegliò e gli riportò alla memoria le parole che Gesù gli aveva detto durante la cena (Gv 18,17-27).
Eppure Simon Pietro non fu mai così vicino a Gesù come in quel momento, quando il peso del suo tradimento lo trascinò a fondo.
Quell’oscura notte dell’anima gli insegnò ad accostarsi al mistero di Dio togliendosi i sandali e coprendosi il volto, come Mosè davanti al roveto (Es 3,5-6).
Dopo la risurrezione di Gesù, Pietro e altri sei discepoli erano tornati in Galilea e al loro lavoro di pescatori.
Sulla riva al mare di Tiberiade, con la solita presunzione, Simon Pietro aveva detto: Io vado a pescare. Ma quella notte non presero nulla.
Quel giorno fu il Signore che ripescò lui, chiedendogli di amarlo e di seguirlo.
Seguimi! fu l’ultima parola che Gesù disse a Pietro (Gv 21,1-19).
Dove sei? è la prima parola che la Scrittura mette in bocca a Dio (Gen 3,9).
Prima ancora che l’uomo inizi a cercare Dio è Dio che ci viene a cercare.
Chi è pieno di sé, chi basta a se stesso, chi mette sempre il suo ingombrante Io davanti a tutto e a tutti non ha spazio per l’Altro e non si lascia né cercare né trovare.
I misteri del regno sono nascosti ai sapienti e ai dotti e sono rivelati ai piccoli, agli in-fanti, a quelli che (letteralmente) non hanno parola (Lc 10,21).
I profeti (e i santi) hanno incontrato Dio perché si sono lasciati trovare da lui.
Non hanno cercato la loro vocazione, l’hanno ricevuta e in qualche caso anche subita perché Dio prendeva possesso della loro vita senza chiedere il permesso.
Il vero profeta (come lo fu Mosè, Isaia, Geremia) è un uomo luminoso e liberante perché lascia trasparire la luce di Dio che lo abita.
Il falso profeta, al contrario, è un uomo brillante che emana una luce che seduce, acceca e genera dipendenti.
Gli apostoli furono chiamati per essere testimoni della luce vera, quella che illumina ogni uomo (Gv 1,9). All’inizio accolsero con entusiasmo la chiamata e abbandonarono tutto per seguire Gesù (Lc 5,11) ma poi, accecati dai loro sogni di gloria, tutti lo abbandonarono e fuggirono (Mc 14,50).
Un giorno lo Spirito di verità avrebbe restituito loro la memoria e li avrebbe guidati a tutta la verità.
Un giorno avrebbero compreso che l’uomo è incapace di andare a Dio, di aprirsi al mistero senza la grazia che viene da Lui.
Gesù manifestò il peso della gloria di Dio sulla cima del Golgota, una salita che lo fece scendere negli inferi.
E lassù, mentre gli apostoli per paura si nascosero e i sapienti e i dotti voltarono le spalle al mistero, due uomini che stavano dalla parte opposta della barricata e che di Dio, probabilmente, sapevano poco o nulla, si lasciarono trovare da Lui.
Il primo fu un ladro che dalla croce chiedeva solo la grazia di un ricordo.
Da Gesù ebbe la certezza che quel giorno avrebbe fatto il suo ingresso nella Gerusalemme celeste, in paradiso (Lc 23,40-43).
Poi fu la volta del poliziotto che stava sotto la croce.
Vedendo morire Gesù, vedendo come moriva, riconobbe che quell’uomo giusto rivelava il volto Dio che nessuno aveva mai visto (Lc 23,47; Gv 1,18).
Quel volto che Mosè, milleduecento anni prima, aveva visto solo di spalle.
Il grande studioso della Cabbalà Gershom Scholem cita gli antichi avvertimenti della letteratura degli Hekhalot riguardo alla violazione delle frontiere mistiche.
Se l’uomo non è degno di vedere il Re nel suo splendore, gli angeli guardiani delle porte perturbano i suoi sensi e lo confondono. E quando gli dicono di entrare è per gettarlo immediatamente nella lava incandescente… Alla sesta delle sette porte è respinto da centinaia di onde, anche se là non c’è neppure una goccia d’acqua… E quando chiede: Che cosa significano questi cieli? Gli angeli lo lapidano gridando: Empio, i tuoi occhi non vedono dunque niente? Sei forse il discendente degli adoratori del vitello d’oro, indegno di vedere il Re nel suo splendore? E lo colpiscono con spranghe di ferro e lo feriscono.
(da: Elie Wiesel, Il dono della profezia)
