I MAESTRI RACCONTANO
8 giugno 2025, PENTECOSTE C
Messa della vigilia: Gen 11,1-9; SI 33/32; Rm 8,22-27; Gv 7,37-39
Messa del giorno: At 2,1-11; Sl 104/103; Rm 8,8-17; Gv 14,15-16.23b-26
… lo Spirito Santo (…) vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto (Gv 14,26)
I maestri raccontano che Dio aveva offerto la Legge agli altri popoli prima di donarla a Israele, ma tutti avevano trovato una scusa per rifiutarla.
Alla fine si rassegnò a metterla nelle mani del più piccolo e insignificante popolo della terra che si era reso disponibile. Così i figli di Israele, con una buona dose d’incoscienza e altrettanta di sapienza e prima ancora di sapere che cosa il Signore avesse inciso sulle due tavole di pietra, accolsero le Parole con entusiasmo ed esclamarono: Quanto il Signore ha detto noi lo eseguiremo e lo comprenderemo (Es 24,7).
Nella festa di Pentecoste (Shavuot), cinquanta giorni dopo la Pasqua (Pesah), non si offrono a Dio solo le primizie dei frutti della Terra, ma anche (e soprattutto) si fa memoria del dono di Dieci Parole che il Signore aveva consegnato ai figli di Israele nel deserto.
Sul Sinai la voce di Dio si era fatta vedere e sentire con lampi, tuoni e terremoto quando aveva inciso con il suo dito le Dieci Parole sulle tavole di pietra (Es 31,18; 34,1-4; Gv 8,6.8).
Nel verbo incidere c’è la radice della parola libertà.
Nel deserto, dove non c’è una terra da coltivare, dove il cibo piove dal cielo (Es 16,4) e l’acqua germoglia dalla roccia (Es17,6), Dio educò il suo popolo con le Dieci Parole e nel deserto Israele imparò che libertà e obbedienza non potevano essere separate.
Quando il popolo disobbediva ritornava a essere schiavo di un’infinita varietà di idoli.
Libertà e obbedienza erano le parole che anche Gesù aveva consegnato ai Discepoli quando era ancora con loro: Se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli conoscerete la verità e la verità vi farà liberi (Gv 8,31-32).
Cinquanta giorni dopo la risurrezione di Gesù, gli Undici si trovavano tutti insieme nello stesso luogo, chiusi in casa, schiavi delle loro paure (Gv 20,19).
Poi, venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano.
La casa di Gerusalemme si trasformò nel Sinai.
Dio scese e con il suo dito di fuoco non incise tavole di pietra, ma il cuore indurito dei discepoli e sciolse le loro lingue.
Le Dieci Parole si moltiplicarono creando armonia, come le voci di un coro, come l’infinita varietà dei frutti della terra, dei fiori, degli animali e delle piante.
Fu come comprendere tutto in un solo istante e con un solo sguardo.
Nella Pentecoste dell’anno trenta a Gerusalemme, i discepoli offrirono in quel tempio che era il mondo, l’unico dono che avevano. Non le loro parole, ma la Parola che Dio aveva inciso nel loro cuore, come primizia di una terra nuova e libera.
La morte di Gesù aveva reso muti i discepoli, cancellato le sue parole dalla memoria.
Ma le sue parole che, a differenza del cielo e della terra non passeranno (Lc 21,33), erano solo sepolte, come il seme caduto in terra (Gv 12,24) e in quel giorno lo Spirito le fece germogliare. In un istante di grazia gli apostoli ricordarono ogni parola detta da Gesù e compresero il senso della sua vita, della sua morte e della sua risurrezione.
E iniziarono a parlare di Lui con la bocca dei bambini e dei lattanti (Sl 8,3), con la lingua materna che non si dimentica e che tutti, quale che sia la provenienza, riescono a comprendere.
Comprendere ed essere compresi fu il loro primo miracolo.
Erano le nove del mattino e, a Gerusalemme, la giornata di Pentecoste cominciava ad animarsi.
Al Tempio i sacerdoti ricevevano le primizie dei frutti della terra.
E, mentre i maestri lodavano Dio per il dono della Legge, un piccolo gruppo di Galilei, senza alcun titolo, parlava a una folla che stava ad ascoltarli.
Alcuni liquidarono la faccenda dicendo che erano ubriachi di mosto e se ne andarono.
Altri, invece, rimasero come se gli apostoli avessero risvegliato in loro un desiderio e fatto riemergere qualcosa di antico e nuovo, una lingua rimasta sepolta nel fondo della loro anima.
Parole dimenticate ma non cancellate, parole che in principio il Signore Dio aveva inciso con il suo dito nel cuore di ogni creatura (Gen 2,7).
Ho dovuto leggere un bel po’ l’Antico Testamento prima di rendermi conto che tra le altre cose era un manuale per rivoluzionari. Che quello che esalta sopra ogni cosa è la libertà. Non c’è storico o archeologo che abbia la minima idea di cosa sia il lavoro di muratura in pietra. Il Dio semitico era un dio dell’uomo comune ed è per questo che il suo altare non consisterà di pietre tagliate. Non avrà modo di far tagliare la pietra perché non avrà schiavi.
(Cormac McCarthy, Il tagliapietre)

El Greco, 1597-1600, Museo del Prado, Madrid
