PRIMA DI MOSTRARGLI
25 maggio 2025, VI DOMENICA DI PASQUA C
(At 15,1-2.22-29; SI 67/66; Ap 21,10-14.22-23; Gv 14,23-29)
È cinta da grandi e alte mura con dodici porte (Ap 21,12)
Prima di mostrargli la nuova Gerusalemme, l’angelo aveva portato Giovanni nel deserto e gli aveva fatto vedere una donna seduta su una bestia scarlatta coperta di nomi blasfemi. Adorna d’oro e pietre preziose, teneva in mano una coppa d’oro piena degli abomini e delle immondezze della sua prostituzione.
Sulla fronte era inciso il suo nome: Babilonia la grande, la madre delle prostitute e degli abomini della terra (Ap 17,1-5).
Babilonia è Babele, la città che sfida Dio con la sua torre (Gen 11,1-9), è Roma, la città che si abbevera del sangue dei cristiani, ed è ogni luogo dove gli uomini sono dominati dal potere dell’idolatria, la grande prostituzione.
Babilonia è la terra straniera dove non si possono cantare canti del Signore (Sl 137,4).
Ma le porte degli inferi non prevarranno (Mt 16,18) perché Dio non abbandona l’opera della sua creazione.
Il Santo Benedetto è lo sposo che si ostina a cercare la donna amata come nei giorni della sua giovinezza e che, con la forza dell’amore e della benevolenza, sconfigge il potere del principe di questo mondo che rende schiavi i suoi figli (Os 2,16-25).
Per quanto sembri onnipotente, il destino di Babilonia è segnato.
Giovanni vide un angelo sollevare e scagliare nel mare una pietra grande come una mola. Così Babilonia la grande sarà gettata nell’abisso per non riapparire mai più (Ap 18,21).
Quando le guardie fornite dai sommi sacerdoti e dai farisei vennero ad arrestare Gesù, Simon Pietro, che aveva una spada, la trasse fuori e colpì il servo del sommo sacerdote, che si chiamava Malco, e gli tagliò l’orecchio destro.
Le sue intenzioni erano buone ma Gesù invece di ringraziarlo, lo rimproverò perché con il suo gesto ostacolava il compimento dell’ora.
Gesù doveva bere il calice che il Padre gli aveva dato (Gv 18,10-11).
La spada, come la ricchezza e il potere, sono le armi di Babilonia e del principe di questo mondo.
Il discepolo di Gesù, invece, è chiamato a servirsi di un'altra spada, quella a doppio taglio della Parola, per farla penetrare fino al centro del suo essere (Eb 4,12).
Quella sera solo il Discepolo Amato fece entrare nel cuore la parola del suo Signore e rimase con lui, prese dimora presso di lui, in silenzio, fino alla fine (Gv 13,25; 18,15; 19,26).
Quando tutto era iniziato, due discepoli avevano chiesto a Gesù dove dimorasse.
Venite e vedrete, era stata la sua risposta (Gv 1,38-39).
Quel giorno Andrea e l’altro discepolo rimasero con lui e videro ciò che l’angelo avrebbe mostrato a Giovanni molti anni dopo nell’isola di Patmos, quando lo trasportò in spirito su di un monte grande e alto, e gli mostrò la città santa, Gerusalemme, che scende dal cielo, da Dio, rispendente della gloria di Dio.
Gerusalemme è l’antitesi di Babilonia.
Babilonia/Babele è la città chiusa e arrogante che sfida Dio con la sua torre, dove si parla una sola lingua, come in ogni dittatura. Non ci sono porte a Babilonia, ma solo mura.
Invece Gerusalemme è la città che protegge con le sue grandi e alte mura ma, nello stesso tempo, accoglie con le sue dodici porte, tre per ogni punto cardinale.
Nella Bibbia non c’è l’ideologia del muro, né quella del ponte, ma la grazia della porta.
Cinque secoli prima, il profeta Isaia aveva visto il giorno in cui il Signore sarebbe stato per Gerusalemme una luce eterna (Is 60,19).
Gesù porta a compimento la profezia di Isaia.
Il Verbo che si è fatto carne è luce del mondo (Gv 8,12), è la vita e la vita è la luce degli uomini (Gv 1,4).
Gesù è la porta e chi entra attraverso di lui sarà salvato (Gv 10,9).
Quando da Patmos Giovanni tornò a Efeso, ritrovò il mondo che aveva lasciato.
Le chiese erano piccoli semi in un mondo dominato dalla violenza del più forte, dal potere di Babilonia/Babele/Roma.
E così sarà fino al ritorno del Signore.
Eppure il discepolo di Gesù non perde mai la speranza perché, come rivela il libro dell’Apocalisse (termine greco che significa rivelazione), all’infedeltà dell’uomo Dio contrappone la sua ostinata fedeltà.
L’ultimo libro della Scrittura termina con parole che sono una speranza e una certezza, atto di fede e una dichiarazione d’amore.
Maranà tha, Vieni, o Signore. Maran athà, il Signore viene (Ap 22,20).
Nell’ultima sera il Signore lasciò in eredità ai discepoli la ricchezza della sua Parola ma, travolti dagli eventi, essi non la compresero e la dimenticarono in fretta.
Il dono della Spirito avrebbe restituito la memoria e avrebbe insegnato loro a osservare ogni Parola uscita dalla sua bocca.
Non per paura dell’inferno, né per senso del dovere e dell’onore, ma per amore.
Quello stesso amore che portò Gesù sulla croce e trasformò il luogo del sacrificio in altare nuziale, uno strumento di morte nel trono del re, un seme che muore in una sorgente di vita eterna (Gv 12,24).
Prima di morire Gesù affidò il Discepolo Amato alla Madre e la Madre al Discepolo.
E dal quel momento il discepolo la prese con sé (Gv 19,26-27).
In quella casa e in tutte le case dove uomini e donne con amore osservano la Parola, Dio avrebbe posto la sua dimora.
In queste case, nelle nostre case, con tutti i limiti e le infedeltà che ci portiamo addosso, ogni giorno scende la Gerusalemme celeste con le sue grandi e alte mura, le sue dodici porte, ma sopratutto con la porta dell’Agnello che è venuto perché abbiamo la vita e l’abbiamo in abbondanza (Gv 10,10).
I maestri insegnano che quando Dio creò il mondo stabilì dieci misure di bellezza: nove le diede a Gerusalemme e una al resto del mondo. Fissò dieci misure di saggezza: nove le diede a Gerusalemme e una al resto del mondo. Assegnò dieci misure di dolore: nove le diede a Gerusalemme e una al resto del mondo.
