DOV’È FINITO DIO
24 agosto 2025, XXI per annum C
(Is 66,18b-21; Sl 117/116; Eb 12,5-7.11-13; Lc 13,22-30)

 

Verranno da oriente a da occidente, da settentrione a mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio (Lc 13,29)

 

Dov’è finito Dio, si chiedevano gli abitanti di Gerusalemme tra le macerie della Città Santa distrutta dai soldati di Nabucodonosor nel luglio del 587.
Dov’è finito Dio e perché non fa qualcosa, ci chiediamo noi tra le macerie lasciate dalle nostre guerre e dalle nostre idolatrie.
La parola dei profeti da tre millenni sostiene il peso di questa domanda e converte il tempo della disgrazia in un tempo di grazia.

 

La voce dei profeti ha riacceso la speranza in un popolo che l’aveva perduta e, senza illuderlo, ha dato la forza a un piccolo resto di attraversare la porta stretta dell’esilio, un doloroso travaglio che riportò in vita l’immagine del Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, il Dio dei sofferenti che è vicino a chiunque abbia il cuore spezzato (Sl 34,19), che si accampa attorno a quelli che lo temono e li salva (Sl 34,8).

 

Ma la salvezza destinata solo a un piccolo resto, solo per chi teme il Signore?
E che ne è degli altri?
I maestri più rigorosi affermavano che Dio aveva creato questo mondo per amore di molti, ma quello futuro solo per pochi.

 

Da bravo Maestro qual era, Gesù non rispose alla domanda sul numero dei salvati, come se la questione del numero fosse insignificante nel regno che si è fatto vicino.
Il desiderio del Padre è che tutti siano salvati e giungano alla conoscenza della verità (1Tm 2,4).
Ma – aggiunse – per essere salvati e giungere alla conoscenza della verità è necessario sforzarsi di entrare per la porta stretta.

 

A questo proposito c’è un curioso dialogo tra Padre Paisios del Monte Athos e due studenti di fisica.

 

Sapete qualcosa della scissione spirituale dell’atomo? chiese padre Paisios ai due studenti di fisica che si erano recati all’Athos per incontrarlo.
E aggiunse: Se non ci facciamo umili, così da scindere l’atomo che noi siamo (in greco άτομων significa sia atomo che individuo), non viene rilasciata l’energia spirituale di cui abbiamo bisogno per vincere la forza di gravità della nostra natura.
La vita spirituale è facile, perché come ci insegna il Signore Gesù: Il mio giogo è dolce e il mio peso leggero! (Mt 11,30).
Ma stretta è la porta e angusta la via! – lo contraddice uno dei due studenti in maniera amabile e gentile, ma sicuro di sé (Mt 7,14).
È il grasso, benedetto giovane, a renderla stretta. Liberatene e vedrai quanto sia facile.

 

Il grasso che impedisce di attraversare la porta stretta del Regno è la presunzione di chi esibisce senza alcun pudore il suo IO davanti a DIO.

 

La vita di Simon Pietro e la parabola del fariseo e del pubblicano sono molto istruttive in tal senso.
Signore, io con te sono pronto ad andare anche in prigione e alla morte – giurò davanti a Gesù e tutti gli altri Simon Pietro che, qualche ora dopo, voltò le spalle alla porta stretta del Calvario (Lc 22,33).

 

Il fariseo della parabola varcò la porta del Tempio ma non quella stretta del Regno, quando esibì i suoi numerosi meriti davanti a Dio.
A differenza di lui, il pubblicano che non aveva meriti da offrire, ma solo il suo cuore spezzato, varcò la porta stretta che lo giustificò e lo introdusse nel Regno (Lc 18,9-14).

 

Il discepolo che ogni giorno mangia e beve con Gesù e si nutre della sua parola non ottiene meriti che gli aprono le porte del Regno, ma la grazia che gli apre gli occhi sulla propria indegnità.
L’intimità con il Figlio di Dio non lo rende privilegiato, ma graziato.
Solo allora la porta stretta del Regno si allarga, mostrando l’infinita ricchezza della misericordia divina.

 

La parola dei profeti nel tempo dell’esilio aveva rovesciato le prospettive e spostato il confine tra puro e impuro dall’esterno all’interno, da una legge scritta sulla pietra a una incisa nel cuore (Ger 31,33; Ez 6,26-27).
Anche Isaia alla fine del suo libro vede una salvezza che oltrepassa i confini della terra di Israele: Stranieri ed eunuchi che amano il nome del Signore, che praticano la giustizia, rispettano il sabato e restano fermi nell’alleanza, Dio li condurrà sul suo monte santo e li colmerà di gioia nella sua casa di preghiera. Perché la mia casa si chiamerà casa di preghiera per tutti i popoli (Is 56 3-7).

 

Il discepolo che accoglie Gesù e mette in pratica la sua parola, quale che sia il popolo di appartenenza, toglie dal cuore il grasso dell’orgoglio e della presunzione e attraversa la porta stretta che conduce alla salvezza.
Per questa fede accogliente gli ultimi diventano primi e attraversano la porta stretta.

 

Ultimi come i pastori di Betlemme (Lc 2,8) e stranieri come il centurione di Cafarnao (Lc 7,2), donne di facili costumi (Lc 7,36-38) e pubblicani come Matteo (Lc 5,27-28) e Zaccheo (Lc 19,1-11).
Uomini e donne che attraversarono la porta stretta per l’umiltà con cui bussarono alla porta di Dio.

 

Tra questi anche il delinquente crocifisso alla destra di Gesù che aveva le carte in regola per fare il suo ingesso non nel regno di Dio, ma in quello del principe di questo mondo.
Eppure…
Fu il primo canonizzato della storia da Gesù in persona.
Il primo santo che da un luogo di morte come il Golgota, fece il suo ingresso direttamente nella Gerusalemme celeste, senza passare per il Purgatorio.
Gesù lo prese per mano, lo portò con sé in paradiso e lo fece sedere a mensa nel regno di Dio, accanto ad Abramo, a Isacco e Giacobbe e a tutti profeti e a una moltitudine immensa di uomini e donne venuti da oriente e occidente, da settentrione e mezzogiorno, che nessuno poteva contare (Ap 7,9).

 


Rabbi Josef, figlio di rabbi Joshua ben Levi, era caduto in coma. Quando si riprese, suo padre gli chiese che cosa avesse visto.
Egli rispose: Ho visto un mondo che era l’opposto di questo; coloro che sono in alto in questo erano in basso e viceversa.
(Talmud babilonese, Pessahim 50a)