Iesu Cristo glorioso (Cort 27)

È la lauda che per prima, nel Laudario di Cortona, canta la resurrezione di Gesù. E lo fa con un ritornello di lode per la vittoria sulla morte, e a seguire con sette strofe che ci narrano i fatti evangelici: l’invito dell’Angelo ad andare in Galilea (strofa 1), l’incontro con la Maddalena (strofa 2), l’incredulità degli Apostoli e la cena di Emmaus (strofe 3 e 4), la prima apparizione di Gesù agli apostoli (strofa 5), l’incredulità di Tommaso e l’invito ad essere credenti (strofe 6 e 7).
Ritornello e strofe sono composti da versi ottonari, lo schema rimico è:
x y y x / a b a b b c c x / d e d e e f f x / etc.
Anche questa lauda è strutturata sull'artificio letterario delle "coblas capfinidas" per la qual cosa l'ultima parola della strofa è ripresa - anche se può essere non perfettamente uguale – dalla prima della strofa successiva, quindi in teoria non è necessario ripetere la ripresa tra una strofa e l'altra, poiché la melodia della ripresa è già ripetuta sulla volta di ogni strofa.
La melodia è vivace e gioiosa (Liuzzi addirittura propone l’indicazione Mosso con fierezza).

Iesù Cristo glorïoso,
a te sia laude e çechimento,
ké, per nöi, surreximento
facesti, victorïoso!
Victorïoso, el terço die
facesti surreximento.
Per unger le tre Marie
lo tüo corpo, al monimento
andar, cum pretïos’unguento.
L’angel dixe: “Nonn-è quie:
in Galilea, ké surrexio,
vöi precederà gratïoso.”
Gratïos’ essendo ‘n via
apparbe a la Magdalena:
nell’orto dixe: “Maria!”
Poi raparbe inn-altra mena.
A tutti schiarò la serena
che i pei non se lassò toccare:
“Git’ad li apostoli contare:
d’andar a lor so’ desïoso.”
Desïose lor contaro
ciò ke Cristo dect’avea:
lo lor decto despreççaro,
crediano fosse fantasia.
Poi raparbe ‘n quella dia.
A’ duo discipuli fe’ cena
al castello d’Emau: apena
l’avisar, lo’ fo ascoso.
Ascoso lui, recordarse
ciò ke ‘ro dixe al camino,
quando con lui adunarse
parendo lor pelegrino.
Disser: “Bem fo ‘l summo divino!”
A li apostoli fer conto:
anco non credetter punto.
De ciò ognunn-era pensoso.
Pensosi fra lor essendo,
l’apparbe ‘l Signor verace;
dixe: “Non andate temendo
de me, k’io non so’ fallace!
Sempre aviate in fra voi pace
et cercate le kiavadure,
ke le mente aviate pure:
di me ogn’om sia copïoso!”
Copïoso si partio,
pesc’ et à prima mangiato.
Thomè non v’era, poi redio;
el convenente i fo contato.
“Si no i metto li mani êl lato,
dixe, non ne sarò credente.”
Poi raparbe solamente
per lui k’era sì dubitoso:
“Dubitoso e incredulo, viene!”
vien’e cerca le mie ferute;
non sia ‘ncredulo ma fedele
mai per cose non vedute,
k’è magiur merito e virtude
de credar quello k’è absente
ke de quello k’è presente;
e ‘n ciel ne fi’ più gaudioso.”
