Voi ch’amate lo Criatore (FI 15)

È questa una delle più belle laudi del Codice Magliabechiano di Firenze. Chi canta è Maria, la madre di Gesù, ai piedi della Croce. I quattro Evangeli non ci riportano alcuna parola detta dalla Vergine ai piedi del Figlio crocifisso. Anche la sequenza del sec. XIII Stabat Mater dolorosa non mette in bocca a Maria alcuna parola, semmai è il cantore che descrive e prega di poter condividere il suo dolore.
Su tutti i testi poetici medievali che ci narrano il planctus Mariae troneggia Donna del Paradiso di Iacopone da Todi, forse la sua lauda più famosa, della quale purtroppo, come per tutte le sue laudi, non ci è pervenuta la musica. Certamente l’autore della nostra lauda aveva ben in mente lo stato d’animo della Vergine come lo descrive Iacopone, basti pensare ai versi “Figlio bianco e vermiglio, / figlio senza simiglio, / figlio, e a ccui m’apiglio? / Figlio, pur m’ài lassato!”)
In Voi ch’amate lo Criatore Maria si rivolge a noi, a ciascuno di noi, con quel “voi” iniziale, chiedendoci di riflettere sul suo dolore.
La melodia è dolce, l’ambito modale è il protus.
I versi del ritornello sono novenari, le strofe sono endecasillabi.
Lo schema rimico è il consueto zagialesco x x / a a a x / b b b x / c c c x / d d d x /e e e x //

Ecco il testo:
Voi ch’amate lo Criatore
ponete mente allo meo dolore.
Ch’io son Maria co’ lo cor tristo
la quale avea per figliuol Cristo:
la speme mia et dolce aquisto
fue crocifixo per li peccatori.
Figliolo mio, persona bella,
manda consiglio alla poverella;
gironne laxa,1 taupinella,
k’agio perduto Cristo d’amore.
Capo bello et dilicato,
come ti vegio stare ‘nkinato!
li tuoi capelli di sangue intrecciati,
infin a la barba ne va irrigore.
Chi mi consiglia? Chi m’aiuta?
La mia speranza aggio perduta;
in tant’angoscia l’anima è partuta
dal suo corpo pieno d’aulore.
Bocca bella et dilicata,
come ti vegio stare assetata;
di fiele et d’aceto fosti abeverata,
trista et dolente dentr’al mio core.
- Laxa = disperata
